L'uscita di scena dalla coppe delle squadre italiane,è una sconfitta pesante per il calcio italiano.
Il Milan è uscito agli ottavi dopo essere stato dominato dall'Atletico, e come scusante si potrebbe dire che è stato sfortunato nel sorteggio, visto che è la finalista del torneo,ma comunque dubito il Milan avrebbe potuto competere per il passaggio del turno con le altre squadre ,soprattutto nel momento di confusione più totale in cui si trovava a Marzo.
Il Napoli è stato sfortunatissimo in Champions,ma in Europa League ha fatto una pessima figura con il Porto.
In fondo c'è la Juventus:la sconfitta più grave,la più dolorosa, sintomo della decadenza italiana nel calcio,il primo sport nazionale,lo sport che più ci rappresenta, lo sport dove abbiamo per lunghi anni dominato, fino all'ormai lontano,ma non lontanissimo 2003.
La Juve poteva trovare tutte le scusanti in Turchia, la neve, il freddo, il campo, ma con il Benfica può solo fare "mea culpa".
Tra tutte le sconfitte questa è la peggiore, perché i bianconeri sono da tre anni la squadra più forte, incontrastata e vincente in Italia, ma d'altro canto, squadra con grossi limiti in Europa. Nella sconfitta con il Benfica non voglio soffermarmi sul risultato e sui gol,ma più che altro sul piano del gioco,sul ritmo,sulla voglia di vincere. I portoghesi correvano il doppio,aggressivi su ogni pallone;tutto il contrario per i giocatori Juventini.
Molti dicono che la Juve sia arrivata a fine stagione senza fiato,ma ciò non è una scusante,perché prima di tutto Conte poteva fare turnover,dato che il Campionato l'ha vinto da oltre un mese e secondo le squadre europee, togliendo Real, Barca, City, Psg, Bayern dove le riserve sono dei titolari e in campionato giocano appunto con le seconde linee,tutte le altre squadre europee, compreso il Benfica hanno una rosa cortissima,dove giocano sempre gli stessi,eppure hanno un ritmo totalmente diverso.
E' tutta una questione di ritmo ed intensità di gioco e mi viene da pensare che la prepazione atletica in Italia sia sbagliata.
Proprio Simeone parlando a Crespo su un suo possibile futuro come allenatore ha detto:
"Se vuoi allenare, prima di scegliere i giocatori, scegli un grande preparatore atletico".
Domenica scorsa guardando il Derby di Milano,i giocatori andavano a rallentatore,sembrava di vedere una partita degli anni 80',a quella velocità non si può più competere e non dico con i top clubs,ma anche solo con le medie squadre Europee.
Bisogna cambiare stile di gioco e come in ogni cosa in Italia ci arriviamo sempre dopo!
Di seguito è proposta la classifica delle prime 50 squadre europee.
Importante notare che tra le prime 10, ci sono 4 spagnole, 3 inglesi, 2 portoghesi, 1 tedesca e nessuna italiana. Il milan è ancora la prima squadra italiana con l'undicesimo posto.
È
inutile raccontare cosa sia avvenuto la notte del 3 maggio allo stadio Olimpico
di Roma, perché in tanti l’hanno fatto o lo stanno facendo. Mi limito a fare le
amare considerazioni del caso.
La
prima riguarda il coro che a gran voce si è levato nell’immediato post-partita
della finale di Coppa Italia, in altre parole che sono fatti che non
appartengono al calcio. Fermi tutti. Quanto visto sabato sera con il calcio
c’entra eccome, le curve in Italia comandano, hanno grande potere, partecipano
alle decisioni societarie e soprattutto da quest’ultime sono spesso
sovvenzionate. Il tanto citato Genny ‘a Carogna non è una anomalia del nostro
calcio ma, purtroppo, è la regola e di Genny ne possiamo trovare uno in ogni
curva. Come sempre poi la risposta della politica è degna delle peggio comiche,
tra chi invoca daspo a vita e le solite pene esemplari quando invece basterebbe
applicare alla lettera leggi che già ci sono. Non scordiamo che fu la stessa politica,
all’indomani della morte dell’ispettore Raciti, a varare una serie di norme,
tra cui i daspo, tessera del tifoso, tornelli, stewards e chi più ne ha più ne
metta, che ci dimostrano ogni giorno quanto poco funzionano, visto che non era
certamente la prima volta, sabato scorso, che si assisteva a lancio di bengala
e bombe carta in uno stadio.
Quello
che possiamo constatare è che in questi giorni si è celebrato il funerale del
calcio italiano, in declino già da diversi anni per carità, come lo è del resto
l’Italia intera. Il requiem è inizato giovedì notte con il sorpasso del
Portogallo sull’Italia nel ranking UEFA e si è concluso (speriamo) sabato notte
con una finale di Coppa Italia dimenticabile.
Può
essere facile retorica, ma lo specchio del paese è davvero il calcio, anzi la
finale di Coppa Italia, il caos e mancanza di ordine, la classe dirigente, che
assiste dalla tribuna d’onore, imperturbabile ed infine vedetela voi come
volete il capo ultrà che decide o che viene informato della situazione. La
sostanza delle cose cambia poco poiché il confine tra chiedere il permesso di
giocare/trattare o informare sulla situazione del tifoso ferito, rimane molto
sottile e soprattutto non lo si vedrà mai in nessun paese civile. Così come non
si è mai visto uno stadio intero che fischia il proprio inno nazionale.
Cosa
succederà domani? Se fossimo un Paese serio, di fronte a un problema si cerca
una soluzione rapida ed efficace per risolverla, ma purtroppo non lo siamo e
quindi finirà a tarallucci e vino come sempre, con i soliti strilli e urla d’indignazione
e un nuovo pacchetto di leggi severissime che nessuno farà o sarà in grado di
far rispettare ai facinorosi.
Che
altro dire? chiudiamo settori dello stadio per presunti cori di discriminazione
raziale (qual è il confine tra sfottò e discriminazione?) ma, non siamo capaci
di fare rispettare la legge nelle curve, che diventano zona franca dove tutto è
permesso. Non mi spaventano gli ultras, mi spaventa più la classe dirigente e
chi dovrà prendere decisioni, oggi il problema sono gli ultras, domani chi
sarà? Nel frattempo scendono i titoli di coda, mentre il resto del mondo
continua ad andare avanti.
Vinci. Italia. 1490: Il genio Leonardo Da Vinci
disegna “l’uomo vitruviano”, sintesi della rappresentazione “divinamente umana”
del corpo, nella sua più ideale proporzionalità, ridefinendo il concetto di
proporzioni umane. Röcken. Germania. 1890: Il filosofo Friedrich Willhelm
Nietzsche introduce il concetto di Über-Mensch, ovvero di “Oltreuomo”. Inteso
come uomo che si eleva, per la sua genialità, al di sopra della media comune,
superando il nichilismo passivo che aveva pervaso l’umanità, ridefinendo il
concetto di uomo.
Houston. USA. 2009: il giocatore di pallacanestro
denominato “T-Mac”, al secolo Tracy McGrady, con la sua squadra sotto di 8,
segna 13 punti nei 35 secondi finali contro i San Antonio Spurs, ridefinendo il
concetto di prestazione sportiva umana.
Ecco. Se fossimo davanti ad un tribunale, nella
causa “Lo Stato della Pallacanestro contro Tracy Lamar McGrady Jr. per mancata
eccellenza sportiva in merito”, io, in quanto avvocato della difesa la
sbrigherei molto velocemente: ipad, youtube, scrivo “13 secondi 35 punti”.
Senza neanche mettere il nome. Primo link che viene fuori. Lo faccio vedere a
Giudice e Giuria. Sbam. Fine. Gioco, partita, incontro: e la causa è vinta.
Invece no. Perché non bisogna fermarsi alle apparenze.
Per conoscere davvero una figura complessa e atleticamente schizofrenica, come
quella di Tracy McGrady, non basta “vederla”. Occorre oltrepassarla.
La storia di
Tracy McGrady è assurda. Non nel senso che accadono cose incredibili, in quanto non umanatemene
concepibili (13 punti 35 secondi lasciamolo dove deve stare, cioè
nell’Iperuranio della Pallacanestro, per ora). Ma nel senso che vi sono cosi
tante contraddizioni di forma, di logica, duplici realtà quasi parallele, al
punto tale, da essere insensate. E quindi assurde.
Tralasciamo la biografia accademica (solita regola
del “cerca su Wikipedia”), e poniamo la nostra lente di ingrandimento su
qualche goccia della sua storia.
Draft
1997, first pick, Tim Duncan. E qua mi lascerò ad un laconico commento: troppo facile.
Arriviamo alla nona. Eccolo Tracy, piacere questa è
Toronto. Piacere mi chiamo Darrell Walker, sono il Coach dei Raptors, e
quest’anno giocherai, in media, 13 minuti a partita. "Gran Ladr. pezz di
merd,Figlio di Putt,Gran Farabutt Ladr Matricolat Paracul", avrà pensato
Fantozzianamente il povero Mc Grady, un anno dopo.
Inizio col diesel. Ma col passare degli anni in
Canada aumenta il suo minutaggio, di pari passo con la consapevolezza del Dono
che gli è stato dato.
Anno 2000: la svolta. Passa ad Orlando, che intanto
vuol dire America (e non giocare le partite in “provincia”), ma soprattutto Florida,
Home sweet home. Ma soprattutto
maglia #1. In onore di Penny Hardaway, suo idolo sportivo. Quando indossi la
maglia del tuo eroe sportivo di riferimento, senti un peso sulle spalle, ma
anche un onere da offrire in sacrificio agli Dei dello Sport. Ed ecco che nel
2001 Tracy Mc Grady vince il MIP (Most Improved Player), 22 anni. Not bad. E
non solo. Il 2002 è l’anno della sua prima presenza nell’All Star Game, partita
East vs west Conference. Dice “presente” all’appello con una “cosuccia” che
riporterò più avanti. L’anno dopo Coach Larry Brown, da volpone gli fa: “we
Tracy, anche quest’anno prendi parte anche alla partita East contro West, ma
con il quintetto di quest’anno, non so se riuscirai a fare quella “cosuccia”
dell’anno scorso”. Dico i “compagni” (virgolettati perché vanno ben oltre
queste pagine) così velocemente e indolore: Dikembe Mutombo, Vince Carter,
Antonio Davis, e Allen Iversion. Letteralmente un’overdose di talento dell’Est.
Un attimo. Mi devo riprendere.
Quel numero 1 inizia a pesare sulla maglia di
T-Mac, lui forse ancora non ne se rende conto, e forse non si rende ancora
conto di possedere nel proprio corpo sportivo la sintesi tecnica di Kobe
Bryant, e quella fisica di Lebron James. Non l’ho detto io, e non sto
assolutamente esagerando.
Lui e Grant Hill formano la coppia di punta dei
Magic e quando il secondo si infortuna, Tracy si toglie la maglia, guarda il
numero cucito dietro e poi alza gli occhi verso il cielo: 32.1 punti a partita
media stagionale. Miglior realizzatore della lega nell’anno 2003. Poi ci prende
gusto, quindi aggiungiamo anche 2004.
Se questa storia fosse un romanzo di formazione, ciò
raccontato fin ora, sarebbe riassunto in un capitolo che si intitolerebbe “Responsibility,
Part I”.
Però è come il Padrino, ci sono tre parti.
La seconda parte, così come il secondo film di
Brian De Palma, è la più “lugubre”. Negli isolamenti, in campo aperto, in
marcatura, in percentuale di tiro, Tracy ha pochi eguali. Sanno e sà di essere
uno dei più forti della lega. “He has a gift” dice sua madre. Ma non lo dice
solo lei che è “di parte”. Lo dicono i fans del basketball, lo dicono coloro
che hanno la vista funzionante. Quando la grandezza è semplice da cogliere. Ciò
nonostante vi è un problema: nessuna delle squadre in cui ha militato ha mai
raggiunto il primo turno dei play-off.
Qua si riapre il tribunale citato all’inizio.
“Stato della Pallacanestro contro Tracy McGrady: il soggetto non è un
vincente”.”
La difesa afferma: “La colpa è degli infortuni”.
Vero. Troppi, logoranti, e soprattutto continui e martellanti. Quando a un
giocatore professionista è richiesto di disputare 80 partite (playoff escusi)
nel giro di 6 mesi, il suo fisico deve essere come la Ferrari 312 B3-74 quando,
nel film Rush, si vede Niki Lauda che ci lavora di tutta la notte col suo team
fino all’alba. Ovvero? Un marchingegno perfetto, veloce e potente, realizzatosi
dopo una lunga serie di sacrifici e allenamenti. E Tracy ha le potenzialità per
essere quella Ferrari. Ma gli infortuni lo condizionano. Soprattutto
psicologicamente. “Gli esseri umani sono divisi in due: mente e corpo. La mente
abbraccia tutte le più nobili aspirazioni: come poesia, filosofia... Ma chi si
diverte è il corpo.” diceva Woody Allen in Amore e Guerra (1975). E il corpo di
T-Mac non si diverte come vorrebbe, perché non può.
L’accusa allora ribatte: “Non è solo colpa degli
infortuni! Gli manca la mentalità giusta per vincere”: anche questo è vero.
Quando dico che spesso gli americani raramente
sbagliano quando danno i soprannomi ai propri giocatori di basket, eccone un
altro per Tracy: “The Big Sleep”. Quanta verità. Il grande sonno, il grande
dormiente. Sia per una peculiarità fisica sul viso che lo faceva sembrare
sempre in uno stato di catalessi mista a narcolessia (tipo Pirlo per intenderci).
Sia e soprattutto, per via della sua incapacità di svegliarsi nei momenti che
contano, nei secondi finali di gara 7 playoff che decidono la stagione di una
franchigia… e la carriera di un giocatore.
Ora dirò una frase fatta che non amo
particolarmente, ma è d’obbligo: ai posteri l’ardua sentenza.
Fine capitolo “Responsibility, Part II”.
E si arriva al terzo capitolo della saga. Cosi come
passano 16 anni dal secondo al terzo film su Don Vito Corleone, anche qua
passano gli anni e le squadre per Tracy: New York, Detroit, Atlanta, ed infine
prende l’Orient Express. Direzione Cina: Qingdao DoubleStar.
“Responsibility, Part III” tira un po’ le fila della
sua carriera. Ripeto il solito discorso: se stessi parlando di un vincente, di
uno che ha riempito le pagine dei rotocalchi per imprese dentro e fuori dal
campo, di una persona che ha vinto tutto alla MJ, alla Messi, allora non ne
avrei parlato in questa rubrica.
Tracy è un grande perdente. Grande non perché ha
perso tanto (visto che ha avuto nemmeno questa possibilità, fermandosi prima).
Grande perché è il più grande esempio di potenzialità non avveratasi, una
grandissima bomba atomica inesplosa (al confronto sportivo complementare, Pato
è da considerarsi una miccia)
Riprendiamo
la lente d’ingrandimento, e andiamo a vedere nel dettaglio due particolari
cavetti, che se inseriti correttamente nel marchingegno chiamato Tracy Mc
Grady, avrebbero fatto esplodere tutto.
Cavo Rosso. All
Star Game 2002, East vs West: “la cosuccia”. Sarò molto breve nel commentare ciò che tra
poco vedrete. Non serve molto da aggiungere. Al Genio basta mostrarsi
nell’attimo non nella totalità della sua esistenza (Hendrix ha vissuto 27 anni).
Per aprire il vaso di Pandora di T-Mac basta vedere questo video.
Avevo aperto l’articolo con Leonardo Da Vinci,
l’inventore?
Ecco un altro scienziato del gioco (come direbbe
Buffa), ed ecco cosa ha inventato, cosi, dal nulla. “The remix”. Occhio alla
scossa.
(All Star Game 2002. Tracy Mc Grady compie il "Remix" per la prima volta)
Dopo Leonardo e Nietzsche, spostiamoci dove vi
avevo anticipato.
Questa volta prendo il cavo bianco. Houston. 9 dicembre 2009. Toyota Center.
Anche qua cosa bisogna aggiungere, se non rischiare
di sentirti profani? Se non rischiare di sentirsi come colui il quale goliardicamente
schiaccia a caso una nota del pianoforte, finita una interpretazione di una
sinfonia di Mozart. Sacrilego. Quindi servono solo tre cose prima di vedere
questo filmato: alzare il volume dell’audio, prendere un maglione per evitare
l’effetto pelle d’oca (anche se farà poco) e la più importante: contemplare in
religioso silenzio.
(Houston vs Spurs. Poi arriva T-Mac)
Pausa scenica.
Dopo la triade 2002-2003-2004 infarcita da
riconoscimenti, successi, e grandi prestazioni tributate al Dio del Basket, il
grande Dormiente Tracy Mc Grady, ha decido di non risvegliarsi più.
Come in tutte le grandi storie della vita c’è
sempre un particolare che ci affascina e avvalora ulteriormente il significato
di ciò che stiamo vivendo e del motivo per cui siamo dove siamo in quel preciso
istante. L’ultima squadra in cui Tracy mette piede, sono proprio gli ultimi che
si aspetterebbe (dopo averli letteralmente umiliati poco sopra, qualche anno
prima) i San Antonio Spurs. Anche qua un gesto nobile: ingaggiato per disputare
i Playoff, 6 incontri.
26 agosto 2013, “The Big Sleep” annuncia
ufficialmente il suo ritiro dalla attività cestistica NBA. Come direbbero i Doors:
This is the end.
Quando vedi certe cose, alle quali raramente puoi
credere, che stravolgono l’ordinario rimettendo in discussione tutto…non c’è
niente da fare, se non rendersi conto della fortuna di essere stati partecipi a
quell’evento.
T-Mac, quando il fisico gliel’ha concesso, ha
rimesso in discussione il concetto di Pallacanestro. Ridefinendolo.
In quella fredda sera di dicembre del 2009, il
tifoso con il tasca il biglietto marcato Toyota Center tornò poi a casa. E ciò
che dopo accadde, non è frutto della mia immaginazione. Nel bel mezzo della
notte si svegliò di soprassalto, sudato e febbricitante. E si chiese se quello
che aveva visto qualche ora prima era sogno o realtà, visione, delirio o
immaginazione. Allora all’improvviso dentro di sè si alzò il suo Spirito, che
passeggiando con calma olimpica si posò sul suo orecchio ancora sudato, e
sussurando gli disse queste cinque semplici parole:
C’è
un teorema molto preciso che i media italiani ci propongono ogni 2 per 3: senza
stadio di proprietà ci sono meno ricavi, meno ricavi vuol dire meno soldi da
investire, senza grandi investimenti non si vince. Esempi? Bayern, qualsiasi
squadra inglese, Real Madrid, Barcellona etc..
Può
essere vero, tuttavia negli ultimi anni si affermano esempi che sono tutto
l’opposto di questo teorema e per notarlo basta guardare le top 4 della
Champions League degli ultimi due anni, oltre ai soliti Real Madrid, Barcellona
e Bayern, compaiono Atletico Madrid e Borussia Dortmund.
I
primi 3 sono i modelli a cui, a quanto ci viene raccontato, dovrebbero aspirare
le grandi squadre italiane, incassare il più possibile in modo da poter
spendere tanto sia per essere il linea con il grande bluff del fairplay
finanziario della UEFA, sia perché, visti i tempi che corrono nel nostro paese,
la proprietà di una squadra non ha costi da ripianare ogni anno, come è
avvenuto da quando è comparso il professionismo.
Attenzione
le obiezioni potrebbero essere tante, per esempio, nessuno dice mai che i tanto
ammirati club inglesi, a parte quelli che sono di proprietà di emiri ed
oligarchi con illimitate possibilità economiche, sono altamente indebitati,
molto più dei club italiani. Secondo, nessuno racconta mai che dietro alla
costruzione di stadi di proprietà in Italia, c’è il grande business della
speculazione edilizia, oltre al solito centro commerciale dentro lo stadio ci
sono anche terreni intorno ad esso diventati edificabili, ma questo è un
capitolo a parte.
Atletico
Madrid e Borussia sono le due confutazioni sul piano sportivo che non è vero
che per arrivare lontano si debba por forza spendere tanto. L’Atletico è l’esempio
lampante: ha uno stadio vecchio, ha una situazione finanziaria non proprio
rosea, i suoi migliori elementi ogni anno sono venduti a grandi club, si veda
Torres, Villa e Falcao, ha sfidato e sconfitto il Barcellona con Tiago e Diego
(che forse i tifosi juventini ricordano), non fa follie di mercato per
costruire squadroni, eppure è lì in semifinale. Il Borussia Dortmund ha una
storia molto simile, se non altro che negli ultimi anni sia addirittura riuscito
a vincere qualche campionato ai danni della superpotenza Bayern.
Siamo
ancora così certi che per arrivare lontano in Champions League serva stadio di
proprietà e una squadra di top player? O forse saper fare di necessità virtù è
il vero segreto per essere vincenti?