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mercoledì 17 luglio 2019

L'EFFETTO RONALDO: "DE LIGT & CASTIGO"



11 luglio 2018 - Pianeta Terra,
Arriva un alieno da Madrid destinazione Torino: Cristiano Ronaldo. Juventini che non ci credono, esultano, festeggiano, fanno post su ogni social, si esaltano e gridano al miracolo (spoiler: escono ai quarti di Champions), tutti su di giri e al settimo cielo per l'arrivo del più forte giocatore al mondo (al pari di Messi, non dimentichiamolo) in Italia, alla "loro" Juve.
Tutto giustissimo? Certo che si!...beati loro!
E qua casca l'asino.
Qua arriva il fantomatico "Effetto Ronaldo" tanto millantato da ogni giornale (Gazzetta), tv (Sky Juve), "giornalista" (molte virgolette) e juventino (medio), che si può pressoché tradurre in questa frase:

"Voi "non-juventini" dove essere GRATI che sia arrivato Cristiano Ronaldo alla Juve perchè questo metterà in risalto la Serie A e attirerà altri grandi campioni a seguirlo nel nostro campionato, vedrete"

17 luglio 2019 - Pianeta Terra.
Andiamo a fare una rapida check-list di cosa è successo o cambiato in quest'anno e vediamo quanto la Serie A e le altre big italiane hanno potuto godere di questo CR7, pure loro:

1) Serie A con Ronaldo è stata la più bella di sempre? No
Serie A 2018-2019 è finita non ad Aprile, ma ad Agosto. Uno dei campionati più brutti, meno avvincenti e meno esteticamente gradevoli degli ultimi 20 anni.

2) Campioni che seguono la scia di Ronaldo nel mercato 2018 andando nelle altre big italiane? No
- Roma: Allison, il miglior portiere al mondo, dopo una settimana dall'acquisto di Ronaldo, se ne va dalla Serie A in Premier;
- Milan: con i fondi quasi illimitati di Elliott spende 100 milioni senza convincere nessun top player ad arrivare;
- Napoli: De Laurentiis afferma la frase che diventerà poi un meme "Napoli, sono io il vostro Cavani", e Ronaldo non attira Cavani al Napoli.
- Inter: acquista De Vrij che per certi versi è un top player, così come Srkiniar e Nainggolan...peccato che giochino tutti e tre già in serie A da anni.

3) Campioni che seguono la scia di Ronaldo nel mercato 2019 andando nelle altre big italiane? No
- Roma: non solo non riesce ad attrarre dei campioni dall'estero, ma addirittura sta vendendo praticamente tutti i suoi giocatori più forti;
- Milan: dopo settimane a tergiversare col contatto più "alto" fra quelli a disposizione, Ceballos (Real Madrid), ciaone anche lui e va in prestito all'Arsenal;
- Napoli: James Rodriguez piuttosto che finire al Napoli, il Real preferisce mandarlo agli arci-rivali dell'Atletico (per dire)
- Inter: L'unico nome "grosso" a cui punta è Lukaku, ma la richiesta è alta, staremo a vedere (cosi come staremo a vedere se lo si può considerare un campione, di certo non si può paragonare ai Pogba, Neymar & Company del mercato).

"Voi "non-juventini" dove essere GRATI che sia arrivato Cristiano Ronaldo alla Juve perchè questo metterà in risalto la Serie A e attirerà altri grandi campioni a seguirlo nel nostro campionato, vedrete"

... col senno di poi è un bilancio piuttosto magro quello che mostra la realtà.
La verità è che l'unico "Campione" arrivato in Italia è De Ligt, ed è arrivato guarda caso alla Juventus e guarda caso dopo che Ronaldo, (che dopo essere calciatore ed essersi improvvisato tuttofare in campo, allenatore, presidente, ora fa pure il Direttore Sportivo per gioia di Nedved) gli intima alla Nations League di venire alla Juve.

No caro juventino che stai leggendo questo articolo, non sto "rosicando", come tu credi (o piacerebbe credere) sto semplicemente facendo notare a tutti, ma sopratutto a te, che l'unica squadra ad aver goduto dell'arrivo di CR7 è la tua, ed è giusto cosi.
Ripeto: ed è giusto cosi.
Ma di certo non mi lascerò di certo plagiare dalla tua ipocrisia e falsa magnanimità provando ad indorare al momento una pillola magica per la tua squadra, e al contempo più che pillola, "supposta" per le altre big del campionato.

L'arrivo di Ronaldo ha portato De Ligt alla Juve, ma "castigo" sopratutto alla Serie A e alla competitività del campionato stesso: un campionato sempre più povero, sempre più brutto da vedere, sempre meno competitivo e sempre meno attraente sotto ogni forma finanziaria, d'intrattenimento e sportiva.

Quindi continua a ballare cara Vecchia Signora, mentre fuori c'è la Catastrofe.
Ma attenta che a una certa la musica potrebbe finire.









Capo Redattore di Sport Globetrotter. 
Ossessivo, pragmatico e compulsivo ma nella Vita mi capita di improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti.
Simone Carpi

lunedì 17 giugno 2019

SI SARRI CHI PUÒ



"Guardiola è il piano A. Conte il piano B. Sarri il piano C."
Immagino la faccia dello juventino medio stra-esaltato che a luglio 2018 imperversava le storie instagram su CR7, leggere queste parole e iniziare a gonfiarsi il petto sognando Pep Guardiola allenare Ronaldo.
Guardiola che tutto d'un tratto non è più un perdente in Europa ("dite tanto su ad Allegri, ma pure Guardiola è uscito dalla Champions, ha tutti i milioni che vuole poi, e quando era al Barcellona ha avuto culo" - l'ho davvero sentita questa che più che una dichiarazione, è un dichiarazione per il TSO),
ma diventa tutto d'un tratto un "grandissimo allenatore", cosa che confermano tutti i non juventini, però tipo da sempre.
E quando gli chiedi ad uno juventino inGuardiolito: "Ma come fareste ad avere un monte ingaggi che vi permetta sia Ronaldo che Guardiola con tipo 60 mln netti totali solo loro due?", loro fanno spallucce e ridono (ridono di cosa poi).
Ma poi...ta-dà!
"La prossima stagione partiremo da zero col City e vedremo cosa succederà" afferma Pep rompendo i silenzi delle scorse settimane. 
Guardiola saluta la Juventus. Titolo Juve -3% in Borsa. Olè.
Beh dai allora piano B, arriva Conte.
Immagino la faccia del tipico juventino stra-esaltato che ricorda i vecchi tempi di un Conte-demiurgo che prendeva dei "Simone Pepe" e dei "Giaccherini" e li faceva diventare dei giocatori di calcio, leggere queste parole e iniziare a gonfiarsi il petto sognando Conte allenare Bonucci facendolo tornare il difensore che un tempo era (o meglio: crede di essere).
Conte che tutto d'un tratto passa da allenatore sopravvalutato, caciarone, e catenacciaro, a unico e vero condottiero per far vincere la Champions alla Juve di Ronaldo.
Conte all'Inter. Il tecnico: "Entusiasta della nuova avventura". Zhang: "E' uno dei migliori".
Conte saluta la Juventus.
Resta il piano C: Sarri.
Non deve essere stato facile, per un tifoso juventino, comprare il giocatore più forte al Mondo nonchè più forte della Champions, e uscire addirittura un turno prima dello scorso anno; ma deve essere ancora più difficile vedere i suoi sogni di una stagione 2019-2020 andare in frantumi non ad Aprile 2020, ma a Giugno 2019.
Eppure non è un fallimento.
Ora ovviamente tutti gli juventini saranno scettici nei confronti di un allenatore che prima è stato Napoletano (acquisito) e dei Napoletani, e ora passa a loro.
Gli juventini saranno scettici nei confronti di un allenatore che predilige il bel gioco, loro che stanno al "bel gioco" come la Corea del Nord sta alla "democrazia", (fra l'altro con gli stessi successi in ambito Europeo).
Gli juventini del "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta" saranno scettici nei confronti di un allenatore che dichiara "È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto".
Eppure Sarri è la migliore scelta attuale possibile per la Juventus.
Un allenatore che non pensa a vincere, ma 
pensa e prova "a vincere, mostrando un bel gioco" che è molto diverso, e che è ancora più diverso di "vincere" soltanto.
Per chiudere una volta per tutte questa diatriba tutto italiana (e italiota) già spiegata qui, in partenza, e senza dover sottolineare che lo stesso Liverpool (Vice campione d'Europa 2018 e Campione 2019), è capitanato da un Mister con gli stessi ideali:
1) il Napoli di Sarri della scorsa stagione era un Napoli con un monte ingaggi quattro volte più piccolo della Juventus e con una rosa molto meno competitiva, ha sfondato quota 90 punti e ha perso lo scudetto contro la Juventus di un nulla (e fra l'altro non per merito della Juventus).
2) Solo un idiota può davvero credere che esista qualcuno che giochi a Calcio, ma sopratutto a Calcio professionistico (dove chi perde, perde soldi, chi vince vince soldi) senza pensare al risultato, sopratutto se quell'idiota ha perso 2 finali in 3 anni.

Torniamo a noi.
Sarri certamente ha dei difetti, certamente non ha la "teoria" di Guardiola, il "talento" di Klopp, o "l'esperienza" di Ancellotti, ma altresì ha diverse obiettive capacità (ha vinto l'Europa League eh), ma ancor più il coraggio di provare a guarire lo juventino medio dall'ossessione per la vittoria, che lo porta, sovente alla malattia e al disturbo ossessivo compulsivo di negare tutto (sentenza di Calciopoli, sporadici e non sporadici favori arbitrali, chiari fallimenti Allegriani) a costo di non sfatare questo mito del "Vincere non è importante è l'unica cosa che conta", che più che un mito è una promessa di Faustiana memoria, una maledizione appunto, un amore disturbato dedito allo stress sportivo, una promessa irraggiungibile: nessuno può vincere per sempre, e se il tuo motto è vincere o niente, allora spesso (statisticamente parlando) ti devi accontentare del niente.
Chissà quante "Champions non vinte" serviranno, per fare capire questo concetto al popolo bianconero, per poterlo liberare e quindi rendere sì davvero pronto a vincere, diventando non causa, ma effetto del suo stesso gioco.
Ma soprattutto chissà quante vittorie serviranno a Sarri in maglia bianconera, per far magicamente cambiare idea ai suoi nuovi tifosi, ora ostili e pronti a gettarsi in mare al grido "Si Sarri chi può!"
Ma ora il tempo è giunto: levate l'ancora, preparate i marinai, è "il Comandante" Maurizio Sarri che ora guida la Nave, alla conquista della Champions... o forse dell'Eldorado.







Capo Redattore di Sport Globetrotter. 
Ossessivo, pragmatico e compulsivo ma nella Vita mi capita di improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti.
Simone Carpi

domenica 28 aprile 2019

IL RE È MORTO! LUNGA VITA AL RE! Lebron, la Brexit e Cristiano Ronaldo

(Dalla Rubrica "Cogito Ergo Sum")


Il Mucchio Selvaggio, di Sam Peckinpah (1969)
Ronaldo fuori dalla Champions League, LeBron fuori dai Playoff NBA, Regno Unito fuori dall'Europa.
Se questa storia fosse un film, sarebbe "Il Mucchio Selvaggio" di Sam Peckinpah, dove (riassumo all'estremo) un branco di uomini tenta disperatamente di depredare un grossa somma di denaro destinata ai ribelli.
Bene. Provate a rileggere questa sinossi un paio di volte e non ditemi che non potrebbe calzare alla perfezione per ciascuna delle tre folli, e romanticamente tristi, storie sopracitate.
Ronaldo fuori dalla Champions, e fate attenzione, non ho detto "Juventus fuori dalla Champions", perché se per taluni era già chiara ad agosto, per altri questa "sineddoche calcistica" è diventata via via più innegabile e netta nel corso degli ultimi mesi di questa stagione: Ronaldo è la Juventus o, ancora meglio, la Juventus è Ronaldo.
Il match di ritorno degli ottavi di Champions con l'Atletico di Madrid finito 3-0, è stato vinto dalla Juventus o da Ronaldo?
L'aumento di capitale in borsa della società (Società per "azioni" per alcuni, per altri "a delinquere", e fatevi una risata) è grazie alla Juventus o a Ronaldo?
Chi dimentica è complice.

Non lascio risposte, ma pongo socraticamente domande.
Un uomo, un fenomeno, un calciatore fra i primi 5 della storia del calcio, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo la coppa più ambita del mondo, con la squadra più sfortunata (solo sfortuna? lascio domande non risposte - bis) della storia. E fallisce miseramente.
Spostiamoci dall'altra parte dell'oceano: casa Lakers, invece che Sandra & Raimondo, abbiamo Raymone James e Sandra-Magic (quest'ultimo giusto l'altro giorno si è licenziato da Presidente dei Lakers, giusto per tenere alto il livello di comicità della sit-com).
Un uomo, un fenomeno, un cestista fra i primi 3 (sarebbe 2 ma ho paura dei "serpenti") della storia della pallacanestro, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo il trofeo più ambito del mondo, con la squadra più sfortunata (solo sfortuna? lascio domande non risposte - tris) della storia recente (attenzione ho detto "recente"). E fallisce miseramente.
(da sx verso dx) "Animali Fantastici & dove trovarli", "Il Braccio Violento della Legge", Lebron).
Momento momento momento (alla non Blake, ma Peter Griffin), la stagione dei Lakers e di LBJ non è paragonabile a quella della Juventus e di CR7. Sì, o meglio "Nì", come direbbe Caressa.
Ma lasciamolò lì Caressa, dato che la commedia slapstick Losangelina basta e avanza. Si era partiti ad inizio stagione con un roster che allo Staple Center di Los Angeles proiettava due film diversi: la prima parte di roster (Ball, Ingram, Kuzma) era tratta direttamente dal film "Animali fantastici e dove trovarli"  e l'altra metà direttamente da "Il Braccio violento della Legge" ovvero Stephenson, Rondo, McGee e Beasley.
Lebron nella terra di Mezzo, con l'occhio di Sauron, ovvero degli haters, pronto a incenerirlo al primo passo falso. E cosi è stato.
Passiamo alla terza e ultima storia folle, ma al tempo stesso, romanticamente triste: la Brexit.
Su questo resto leggero come la cena di dopo-pasqua, data la bulimica e massiccia overdose di informazione mass-mediatica da una parte e da quella opposta, d'analisi e "analisi" (virgolette) a riguardo.
Fermiamoci solo qualche istante prima del (loro) traguardo (se si può definire tale): una nazione da sempre ambigua nei confronti dell'Unione (no euro si sterlina, sistema metrico comodo come una forchetta per mangiare una minestra, guida a sinistra, e mi fermo qua perché sono magnanimo), ma al contempo da sempre tra i massimi paesi per prestigio, PIL ed importanza socio-culturale (leggasi voce "Beatles", "Rolling Stones", "Oasis": grazie grazie e ancora grazie).
Una nazione, un sistema di pensiero, un Paese fra i primi 10 della storia, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo il "trofeo" più ambito del mondo (la "Libertà" secondo loro da un sistema di Paesi), con il partito più sfortunato della storia (in una gara di sfigati Farage arriverebbe 2° perché è sfigato. Boris Johnson? Bei capelli). E fallisce miseramente.
Jeremy Corbin, leader del Partito Laburista. Idolo delle folle, anche prima di questa foto (che non è un meme).

Ride l'UE, che ora gioca al gatto col topo (giustamente).

Ride Juncker
Ride l'East Coast
Ride l'Ajax.

Ridono in molti, e piangono in altrettanti.

Dopo la tripletta all'Atletico, Caressa additava Ronaldo come "il Re" (io conosco " 'O Rey" ma direi ci siamo intesi ecco).
E il "Re" del calcio ha perso.
Lebron "The King" ha perso.
La "Regina" e la sua Nazione hanno perso.
Pensare di remare contro tutto e contro tutti, da soli, anche se si è "il più grande", non basta. Ma sopratutto non serve.
La politica, il calcio, il basket e lo Sport in generale sono l'esempio perfetto di quella dialettica delle parti tanto necessaria, quanto fondamentale per una vera vittoria (aprite a caso qualunque libro, non solo di Storia.)
Per l'uomo, sopratutto il grande Uomo, è facile cadere nel suadente fascino del Potere, del manipolare quello che alcuni fisolosofi chiamavano "Il Grande Spirito del Tempo", e di pensare di compiere "Il Miracolo". Da solo e per Lui soltanto.
Ma la Storia è più forte di lui, e a volte ce lo dice con le buone, altre con le cattive, come in questi casi.
E questo ce lo ricorda l'Africa, punto d'inizio del nostro Mondo per come lo conosciamo, punto di mezzo del nostro mondo sportivo (Francia ringrazia e saluta con la Coppa), e punto finale, del dibattito politico attuale, che tramite un antico proverbio ci dice:

"Se vuoi andare veloce, vai da solo,
se vuoi andare lontano, vai insieme."

Avanti insieme quindi, anche se il Re è morto. 

Almeno per quest'anno. 

"...il Re è morto! Lunga vita al Re!"














Simone Carpi

Redattore di Sport Globetrotter. Scienziato dei dati di professione, ma nella vita preferisco improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti. 

mercoledì 6 luglio 2016

"O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventar cattivo: KD e i nuovi Warriors"


(di Simone Carpi)

Se la storia che sto per raccontare, fosse un film, sarebbe "Il cavaliere oscuro" di Christopher Nolan, con Christian Bale e Heath Ledger.
Bene. Ora che ho imitato Fabio De Luigi che imita Carlo Lucarelli, posso parlare di cose serie, o meglio… più serie di “KD2GS”. No tranquilli, non è un codice captcha o la targa dell’auto di Lapo Elkann, ma un abbreviazione che gli americani fanno (di tutto), per indicare il "ridicolo" passaggio di Kevin Durant da Oklahoma a Golden State. Per i fanatici (perché o si è fanatici o si è non fanatici in questo sport, no chance) dell’NBA, è stato un colpo al cuore, e uno all’anima: uno dei top5 della lega e degli ultimi 10 anni, che si unisce agli Warriors e ad altre all stars come gli “Splash Brothers”, ovvero Curry & Thompson, e quel figlio di buona donna di Draymond Green, a comporre un quintetto stellare e illegale in 85 paesi.
Facciamo un passo indietro: "O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventar cattivo", dice Harvey Dent, ad un certo punto del film, sopracitato. E come dargli torto, se quel l'eroe un tempo (usare il passato, sigh) era proprio Kevin Durant, al secolo KD35. Eroe come è stato eroico il suo gesto di indossare fin dal college il numero 35 per l’appunto, in onore di un suo coach morto assassinato a soli 35 anni. Uomo franchigia dei Thunder, squadra di una città che negli ultimi vent’anni, la cosa più rilevante che ha vissuto, è stato il tragico attentato del 12 aprile 1995 con 168 morti. Dalla tragedia, fino a passare alla speranza (vana) poi, con la sconfitta nelle Finals nel 2012 contro Miami, nel grande team di allora che lui in primis trainò assieme a Ibaka, Westbrook e Mr. Barba Harden a seguito. Giocatore taciturno, umile, devoto (molto), e al tempo stesso ogni volta che mette il piede sul parquet, esaltante, spumeggiante, divino. 
Ed ora Kevin a soli 27 anni, “diventi cattivo”, passando coi più “forti” solo per vincere un anello? Quando Lebron “porto i suoi talenti a South Beach (cit.)” a formare i big three con Bosh e Wade, tutti ad insultarlo: perdente, codardo, ti piace vincere facile e via discorrendo. Come mai ora stanno tutti zitti?
La storia dei Big Two/Big Three è sempre esistita non diciamo cazzate: Shaq&Kobe, Garnett-Pierce-Allen, le twin towers (Robinson-Duncan) I bad boys e chi più ne ha più ne metta. Vincere un titolo NBA da soli è impossibile. “E Jordan???” dice un demente ignorante finto-tuttologo, passando per strada. Beh Jordan è “uncomparable” come direbbero in America, ma nei suoi due three peat aveva dei giocatori a fianco, come direbbe Pozzetto, "della madooonna", quali Rodman, Pippen, Kerr, Kukoc…quindi fatemi il piacere. Ergo le critiche a LBJ, sono state stupide e infondate.
A proposito di critiche, dove sono gli haters di Curry? Esistono? Eppure dovrebbe esisterne (sopratutto fra i puristi del gioco), essendo che il suo modo di giocare ha rovinato l’NBA. E questa signori non è una sparata stile Caressa che insulta il “Cholismo” dell’Atletico, ma la pura verità, che umilmente riferisco da un autorevole ed interessante articolo americano di settore. Su questo non voglio dilungarmi perché richiederebbe altri sei ulteriori articoli, ma per ora mi limito a dire che il modo anticonvenzionale, esagerato sia tecnicamente, che come scelta del shooting range, di Steph, non è un buono esempio i common-players della pallacanestro, che si esaltano ora a 10-12 anni a vedere le sue giocate su youtube. 
Proprio per questo, con un tiratore disumano in spazi e tempi come Curry, un cecchino come Clay, una tripla doppia umana come Green e un giocatore poeticamente spiazzante come possibilità di scelte offensive, come Durant, dicevo…proprio per questo siamo tutti curiosi di vedere come si adatterà il sistema di gioco degli Warriors quest’anno, con quattro tiratori all-range sopracitati e un "centro" (mille virgolette), come Iguodala. Nutro riserve.
Squadra illegale su carta senz’altro. C’è chi la chiama già “Dream Team” ed io rispondo: “lasciatelo a Barcellona ’92 che è meglio, là deve stare, capre!”.
Ma anche quest’anno abbiamo visto che “Believeland” ha battuto “Strenght in numbers”, Cleveland ha battuto Golden State, la voce di un popolo sconfitto da sempre, guidato da Re Giorgio, ha battuto una squadra statisticamente perfetta e fresca detentrice del nuovo record di vittore in regular season, in barba al Michael Jordan & Soci. "NBA: Where Amazing Happens."(cit)
Quindi aspettiamo a dire che Golden State vincerà a mani basse.
I have a dream: caro Lebron, a giugno 2017, dacci il quarto anello, lasciando in un angolo in disparte a piangere Steph Curry, il Baby Faced Assassin, che davanti alla tua maestosità ha già dimostrato quest’anno alle Finals, con quel behind the back pass inutile e fatale a -5’ dalla fine, di essere rimasto ormai solo “Baby”.
Lebron…che ora nella nuova copertina di Sport Illustrated, è chiamato “The Promise Keeper”, ovvero colui che ha mantenuto la Promessa di ritornare nella sua città per portarla al trionfo. 
Tornerà mai Durant ai Thunder?
Si potrebbe continuare per ore questo discorso, analizzando decine di diversi punti di vista, e scriverne romanzi fino a riempire intere biblioteche, ma il mio tempo su questa terra è poco, il vostro pure.
"O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventar cattivo" benvenuto al lato oscuro Kevin.

lunedì 2 giugno 2014

Ringhiare verso i cieli: GENNARO "RINGHIO" GATTUSO

  

“Pirlo, De Rossi, Marchisio…”
Tutti sanno che vedere le partite allo stadio è un conto, e dalla televisione è un altro; soprattutto perché si respira il cosiddetto “clima partita”, osservi i giocatori che si concentrano, il tifo che si prepara, le telecamere di sky che si posizionano, tutto questo quando mancano pochi minuti all’inizio dell’incontro. Il “behind the scenes” prima dello show.
“…Verratti, Candreva, Motta.”
Una delle cose che mi sono rimaste più impresse nella mia, seppur breve, carriera da ultrà a vedere il Milan, non rientra nella partita “giocata”. Si certo ho visto grandi campioni come Sheva, Ibra, Kakà, Pippo ecc regalare spettacolo sul rettangolare di gioco, ma parafrasando Mark Rowlands, ne “Il lupo e il filosofo” “Ci sono diversi modi ricordare quando pensiamo alla memoria, tendiamo a tralasciare ciò che è più importante a favore di ciò che è più evidente” e ogni volta che sono stato allo stadio osservavo che il primo giocatore ad entrare in campo per il riscaldamento non era il capitano, o ibra, o sheva, o il portiere, ma Gennaro Ivan Gattuso. Mi chiedevo ingenuamente il perché. Ora so il motivo.
“…e completano la lista Aquilani e Parolo.”
No non sono nomi messi a caso, ma sono gli otto centrocampisti convocati da Prandelli per i Mondiali di calcio che si disputeranno fra qualche settimana in Brasile.
I primi mondiali dove non parteciperanno molti epici vincitori di Berlino 2006, tra cui Ringhio.
Tanto per essere chiari e fare una semplice equazione: 5 Parolo + 9 Motta = ½ Gattuso. Claro?
(scusate ma questo sassolino dalla scarpa dovevo togliermelo)
Gattuso racchiude nella sua semplicità umana e di linguaggio (guardare qualche sua intervista in inglese ai tempi del Glasgow, ha fatto bestemmiare dalla tomba Shakespeare) una dialettica calcistica notevole. Mi spiego meglio: la sua presenza in campo era un sussistere complementare di alto e di basso. Onore e umiltà. Ma soprattutto orgogliosa dignità calcistica in una veste povera, poverissima. Nato in Calabria ed entrato nel calcio che conta con il Perugia, si trasferisce in Scozia dove con i Rangers vince anche uno scudetto (che compresi gli otto anni precedenti facevano poi totale nove vinti consecutivamente #tipiacevincerefacile).
Approda nella squadra verso la quale il padre Francesco ha sempre condotto l’educazione calcistica del figlio: il Milan.
Due Champions League, due Scudetti e una Supercoppa Italiana quando ha indossato la maglia rosso nera. Ovviamente da titolare fisso in mezzo al campo. Non male eh per uno che al primo allenamento nel milan, nella fase di riscaldamento, facendo torello, lasciava di stucco i compagni per l’incredibile coraggio e grinta accompagnato in maniera claudicante da una tecnica ai piedi che avrebbe lasciato desiderare anche il terzo panchinaro destro in pensione di una squadra in Eccellenza.
Dopo questo aneddoto aggiungiamo alla lista anche 14esimo posto al Pallone d’Oro del 2006. 14° su 25.  A pari merito con un tale che giocava nei Red Devils con la maglia numero 7: Cristiano Ronaldo. Come direbbe Fabio Caressa: “Il calcio è strano Beppe”
This is Gennaro Gattuso: soprannominato dalla Fossa dei Leoni “Ringhio”. Prendere o lasciare. Sempre preso dai tifosi del Milan. Preso anche dal 90% degli italiani. Chissa perchè.

Tutti questi calciatori della Serie A odierna, che passano più tempo dal parrucchiere, a farsi i capelli, che nel campo d’allenamento a farsi il culo dovrebbero farsi delle domande. E se hanno un poco di materia grigia, provare anche a formulare delle risposte. Non voglio arrivare al facile e infantile nesso macismo-bravura.
Ma semplicemente dire che l’essenza del calcio non sta nell’estetica e nel merchandising. Perché possono metterti a posto la famiglia e i nipoti fino alla terza generazione con un contratto da capogiro, e sponsor pubblicitari, ma l’anima in campo, quella è dura da mettere. Perché è gratis, anzi ci perdi spesso. E la cosa che mi preoccupa di più è vedere le nuove generazioni calcistiche crescere con tante nuove Nike Magista ai piedi, ma pochi valori nel cuore..
La semplicità. Presentandosi all’intervista del programma “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, il conduttore, vendendo Gattuso vestito e agghindato in maniera a lui inusuale gli porge i complimenti. La sua risposta: “La cravatta? Io non indosso mai la cravatta. Nemmeno al mio matrimonio l’ho indossata. E’ mia moglie che oggi mi ha vestito così”. Priorità.
C’è un'altra immagine durante la sua carriera al Milan, che mi è rimasta impressa, e che illumina ulteriormente la sua figura calcistica. Finale di champions all’Old Trafford, Manchester - 2003. Milan e Juve si affrontano in una sfida che resterà nella storia, e al 120esimo minuto, quando i giocatori di entrambe le squadre avevano le ginocchia di piombo, i nervi di fuoco e il cuore d’acciaio, lo vedi la, Ringhio, durante la melina juventina nella spasimante attesa del fischio che avrebbe decretato i rigori, correre come un diavolo assatanato verso la palla.Sapeva che non ci sarebbe mai arrivato. Ma sapeva anche che andava fatto.
Ringhio non vuole essere a morale della favoletta “tranquillo anche se non hai i mezzi per fare qualcosa, l’importante è che ci metti impegno”.
Perché l’impegno non basta. Perché come il sangue di San Gennaro che il 19 settembre di ogni anno, miracolosamente, sgorga dalla sua statua a Napoli, così il nostro Gennaro: in campo, prima dell’impegno, versava sangue.


Perché l’impegno non fa male. La fatica, le lacrime, il sudore, il fiato che viene a mancare, il dolore lancinante alla schiena dopo decine di kilometri macinati sul campo, i contrasti mortali tibia contro tibia che ti fanno mancare il fiato, il chinare il capo di fronte ad una superiorità tecnica dell’avversario che devi marcare perché lo dice il mister, ma farlo fino in fondo e fino alla fine, vendendo cara la pelle. Questo fa male. Questo è la morale di Gattuso, che prima di renderlo un calciatore lo rendono uomo. Lo hanno reso capitano del Milan. Ma ora che ha lasciato il calcio giocato, lo ha reso anche sicuramente capitano della sua vita.

“L’albero sembra un cane intento a ringhiare verso i cieli” diceva Jack Kerouac...


RINGHIA GENNARO!....CONTINUA A RINGHIARE!!!!











Capo Redattore di Sport Globetrotter. 
Ossessivo, pragmatico e compulsivo ma nella Vita preferisco improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti.

Simone Carpi

giovedì 27 marzo 2014

White Chocolate: l’insostenibile leggerezza dell’essere (la pallacanestro)

di Simone Carpi


“Another great play by White Chocolate ladies and Gentleman!”.
“What – a – pass! He know when trilling the game!”
“J-Will from downtown….got it!”

12 febbraio 2000. Oakland Arena. All star week-end. Rookie Game.
Tutto va come deve andare. That’s entertainment. Ma poi accade l’inaspettato, molte persone non se ne accorgono nemmeno, ma iniziano a capire che è successo qualcosa quando vedono i vicini di posto attenti che iniziano a saltare sul posto e ad urlare. Cose del genere posso anche accadere nello spettacolo dell’All Star Game (fra l’altro quello in cui nello Slam Dunk Contest, Reverendo Vincer Carter affisse le sue personali 95 tesi sancite con un “it’s over!”), ma mai vista una roba simile, un fulmine a ciel sereno. Scena aperta di applausi.
Tutti per lui, per White Chocolate: l’insostenibile leggerezza dell’essere (la pallacanestro).
(ecco il video del famoso "elbow-pass")
Mettiamola cosi: il razzismo è una cosa strana. In America ogni cosa è elevata all'ennesima potenza portando tutto ciò su cui si posa la lente d’ingrandimento del mondo o alle stelle (della bandiera) o alle stalle, ed essendo la nazione più dominante del mondo (Cina? shh…) tutto deve prima o poi affrontare l’immaginario della nazione di Uncle Sam. Stavamo dicendo? Si il razzismo è una cosa strana, soprattutto negli U.S.A.
Per quanto riguarda il nigga, ovvero il “negro”, la società “bianca” americana del dopoguerra non ci ha pensato due volte ad abbattere i suoi diritti civili, e ad emanciparlo in ogni contesto sociale, costruendogli ergo una vita non molto facile da affrontare, per le generazioni future post Marti Luther King. Big Mamas nel Bronx con cinque figli e il marito alcolista in gabbia, a crescere la famiglia per dare un "Futuro" ai propri figli. Il basket è stato il futuro della generazione nera americana. Soprattutto per levarli dalla strada, dalla droga e dalle armi (sebbene qualche “esemplare” s’è le è portate dietro pure in NBA, vedi voce “Gilbert Arenas”). Più predisposti atleticamente e fisicamente alla disciplina di Naismith (e non solo), a poco a poco, nel corso dei decenni, il basketball player nero è passato da diventare una rarità, ad una cosa normale, fino ad essere imprescindibile.
“Glory Road” (2006, James Gartner) è un film che straconsiglio a tutti e in particolare a chi come me soffre di NBA disease, vista la lucida lettura da parte del regista nel far vedere (è una storia vera) quel mondo americano anni 50 scontrarsi contro l’alba del futuro dominio black nella lega di basket più importante del mondo.
Ma torniamo ad Oakland, e alla folla euforica e concentriamoci su uno dei più bei nicknames della storia dell’ NBA, ovvero “White Chocolate“.
Un ossimoro geniale. Un accostamento della parola “chocolate”, ovvero “cioccolato” quindi riferito al nero di pelle, con “white” ovvero “bianco”, quasi come se fosse una cosa strana o perlomeno peculiare. J-Will, J-Dub, Whiteboy, tutti soprannomi (tatuati fisicamente e non solo) nella persona di Jason Chandler Williams, ma White Chocolate resta il suo e, plebiscitariamente di tutti, il preferito di sempre.

Marshall University, NCAA, college Americano. Jason combina 13.4 p. e 6.4 a. nel suo anno da freshmen. Not Bad. Qualche anno dopo passa ai Florida Gators, e dopo una serie di sfortunati eventi (diciamo che flirta mica male con la signorina Maria) è pronto per il Draft del 1998, pick #7. Approda ai Sacramento Kings. Due anni dopo da freshmen della lega gioca la partita riservata al “novizi” del gioco all’All Star Game del 2000. La reazione della folla la conoscete già. Ma è proprio nel suo anno da rookie nella franchigia capitanata da C-Web Chris Webber, che Stephanie Shepard, addetta all’ufficio stampa dei Kings, questa trovata tanto geniale quanto vera nella sua descrizione. 
“The way he does things with the ball is incredible to me. It reminds me of, like, schoolyard street ball.” afferma ai giornali al momento della J-Will Mania. Ma prima di parlare di quest'ultima, vi spiego il perché dell’ossimoro geniale: partendo dal presupposto che non si può criticare ne tanto meno parlare di un pittore, se non si è mai visto un suo quadro, ecco lo stesso discorso (non a caso) vale anche per Jason Williams. Le sue giocate appunto da street basket, fanno parte del dna nigga della serie quartiere Harlem, joint in tasca, palla in una mano e revolver nell’altra, tanto per usare un luogo comune “alla Spike Lee” molto chiaro. 
E' estroso, è tracontante, a volte esagerato, spesso visto come "fuori luogo" dal playmaker vecchia scuola (mister "capelli alla ricky cunningham" passaggio solo due mani petto, per usare un'esempio classico da praticanti della disciplina), perchè porta la filosofia nera della pallacanestro nella filosofia bianca. E' uno sgarbo, è blasfemia sportiva, è un insulto. Invece no. E la cosa funziona pure. Parecchio.
Assist no look belli quanto impensabili, giocate di pura avanguardia intellettuale di lettura di gioco, shake n’ bake spiazzanti, crossover come fossero fragole, triple senza ritmo dove l’unico rumore che si poteva udire al momento del rilascio della palla era l’orgasmico “ciuff” della retina. Grandissimo genio ma anche grandissima dose di follia iniettata nelle sue vene: Jason Williams rappresenta al meglio l’insostenibile leggerezza dell’essere la pallacanestro. La giocata che lo fa entrare nella top10 assist della stagione, seguita da una palla persa che fa fare il canestro del +8 agli avversari. Aprire una gara delle Finals 2006 con Miami in contropiede campo aperto, con palleggio arresto e tiro da tre senza neanche pensarci su. Il diavolo in panchina, Pat Riley, sguardo glaciale e imprecazioni al cielo. Ma deve arrendersi. Solo retina. Un’altra volta.

La gente lo ama, lo idolatra. Il suo stile di gioco porta il videogame nella realtà , lo spettacolo nello spettacolo, la sorpresa nell'abitudine. Basta qualche mese a Sacramento, dove Jason fa il playmaker che inventa e diverte con uno stile che Bob Cousy vedendolo da lassù avrà sicuramente sorriso. Impazza la J-Will fever. La maglia di Sacramento #55 è tra le più vendute del sito NBA. La copertina di Sport Illustrated (il Vaticano dello sport americano) scrive in copertina “The greatest show on court” e ci sbatte sopra Jwill C-web e soci. Jason gioca spettacolosamente ma con garbo tattico e i Kings concludono la stagione 2001 con 55-27 finendo secondo nella Pacific Division. La gente è tutta per White Chocolate, amici e nemici assieme pronti a gustarsi la prossima folle invenzione del ragazzo di Belle - West Virginia.  I paragoni, che in America sono sempre comunque più oculati e meno prematuri rispetto a ciò che siamo abituati a sentire in italia nel calcio, parlano chiaro: “Pistol Pete is alive! #55” è uno dei più cartelloni ricorrenti fra gli spalti (come se Gabbiadini della Sampdoria, venisse appellato come “il nuovo Roberto Baggio”). Altro mondo
(Uno dei più famosi cartelli che la gente faceva in onore di J-Will)
Jason Williams è indiscutibilmente un genio e innovatore del gioco. Ma si sa, dove Dio dà, deve anche poi togliere. E il buon Giasone ha varie mancanze: spesso disciplinari (l’eterno amore per Maria), e anche “accademiche” (sempre tanto malvisto dai rosiconi play bacchettoni bianchi). L’anno successivo alla copertina di Sport Illustrated Sacramento lo rimpiazza con un playmaker più ordinario, monotono ma anche più regolare: Mike Bibby.


(Copertina Sport Illustrated)
Come tutti i romanzi che parlano di grandi ed eclettici personaggi, si arriva ad una tensione narrativa tale che l’eroe inizia a decadere, frutto il corso della vita e spesso la sua stessa natura contradditoria. “Chi tende continuamente verso l’alto deve aspettarsi prima o poi d’essere colto dalla vertigine”. scrive Milan Kundera ne ’”L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Lo stesso accade a Jason. Sacramento, poi Memphis, Miami, poi Orlando e ancora Memphis. E poi il ritiro. Il punto di picco massimo come referenza sportiva lo acquisisce nel 2006 con gli Heat vincendo l’anello (accompagnato da due “giovinotti discreti” come Alonzo Mouring e Shaquille O’Neal), poi per il resto una lenta e inesorabile discesa. Qualche giocata assurda non mancava mai, ma il minutaggio era sempre limitato, e il peso della vita verteva sempre più spesso sulla sua schiena e sulle sue ginocchia. 
Non credo che Jason Williams andrà nella Hall of Fame. E non avrei avuto bisogno di inaugurare questa rubrica parlando di lui, se un giorno sarà riconosciuto nell’albo a fianco di Oscar Robertson, Bob Cousy e Pete Maravich. Non penso serva un riconoscimento ufficiale per chi come lui, ha entusiasmato con le sue giocate milioni di persone, e fatto nascere nel sottoscritto il desiderio di vedere prima e provare poi, la pallacanestro. Non è roba da poco penso fra me e me. Questo è il mio, seppur marginale, modo per dirgli grazie. Grazie Jason per avermi entusiasmato ad ogni tua giocata e aver cambiato il mondo sportivo in cui hai vissuto. 
Chissà se, quando andrai in pensione, sarai ancora in grado di fare un assist no look dei tuoi, magari quando a tavola l’anziano compagno a tavola chiederà il sale. 
Io credo di si. 
E anche lui.
(Un video con gli highlights  della fantastica carriera di Jason Williams)