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domenica 28 aprile 2019

IL RE È MORTO! LUNGA VITA AL RE! Lebron, la Brexit e Cristiano Ronaldo

(Dalla Rubrica "Cogito Ergo Sum")


Il Mucchio Selvaggio, di Sam Peckinpah (1969)
Ronaldo fuori dalla Champions League, LeBron fuori dai Playoff NBA, Regno Unito fuori dall'Europa.
Se questa storia fosse un film, sarebbe "Il Mucchio Selvaggio" di Sam Peckinpah, dove (riassumo all'estremo) un branco di uomini tenta disperatamente di depredare un grossa somma di denaro destinata ai ribelli.
Bene. Provate a rileggere questa sinossi un paio di volte e non ditemi che non potrebbe calzare alla perfezione per ciascuna delle tre folli, e romanticamente tristi, storie sopracitate.
Ronaldo fuori dalla Champions, e fate attenzione, non ho detto "Juventus fuori dalla Champions", perché se per taluni era già chiara ad agosto, per altri questa "sineddoche calcistica" è diventata via via più innegabile e netta nel corso degli ultimi mesi di questa stagione: Ronaldo è la Juventus o, ancora meglio, la Juventus è Ronaldo.
Il match di ritorno degli ottavi di Champions con l'Atletico di Madrid finito 3-0, è stato vinto dalla Juventus o da Ronaldo?
L'aumento di capitale in borsa della società (Società per "azioni" per alcuni, per altri "a delinquere", e fatevi una risata) è grazie alla Juventus o a Ronaldo?
Chi dimentica è complice.

Non lascio risposte, ma pongo socraticamente domande.
Un uomo, un fenomeno, un calciatore fra i primi 5 della storia del calcio, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo la coppa più ambita del mondo, con la squadra più sfortunata (solo sfortuna? lascio domande non risposte - bis) della storia. E fallisce miseramente.
Spostiamoci dall'altra parte dell'oceano: casa Lakers, invece che Sandra & Raimondo, abbiamo Raymone James e Sandra-Magic (quest'ultimo giusto l'altro giorno si è licenziato da Presidente dei Lakers, giusto per tenere alto il livello di comicità della sit-com).
Un uomo, un fenomeno, un cestista fra i primi 3 (sarebbe 2 ma ho paura dei "serpenti") della storia della pallacanestro, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo il trofeo più ambito del mondo, con la squadra più sfortunata (solo sfortuna? lascio domande non risposte - tris) della storia recente (attenzione ho detto "recente"). E fallisce miseramente.
(da sx verso dx) "Animali Fantastici & dove trovarli", "Il Braccio Violento della Legge", Lebron).
Momento momento momento (alla non Blake, ma Peter Griffin), la stagione dei Lakers e di LBJ non è paragonabile a quella della Juventus e di CR7. Sì, o meglio "Nì", come direbbe Caressa.
Ma lasciamolò lì Caressa, dato che la commedia slapstick Losangelina basta e avanza. Si era partiti ad inizio stagione con un roster che allo Staple Center di Los Angeles proiettava due film diversi: la prima parte di roster (Ball, Ingram, Kuzma) era tratta direttamente dal film "Animali fantastici e dove trovarli"  e l'altra metà direttamente da "Il Braccio violento della Legge" ovvero Stephenson, Rondo, McGee e Beasley.
Lebron nella terra di Mezzo, con l'occhio di Sauron, ovvero degli haters, pronto a incenerirlo al primo passo falso. E cosi è stato.
Passiamo alla terza e ultima storia folle, ma al tempo stesso, romanticamente triste: la Brexit.
Su questo resto leggero come la cena di dopo-pasqua, data la bulimica e massiccia overdose di informazione mass-mediatica da una parte e da quella opposta, d'analisi e "analisi" (virgolette) a riguardo.
Fermiamoci solo qualche istante prima del (loro) traguardo (se si può definire tale): una nazione da sempre ambigua nei confronti dell'Unione (no euro si sterlina, sistema metrico comodo come una forchetta per mangiare una minestra, guida a sinistra, e mi fermo qua perché sono magnanimo), ma al contempo da sempre tra i massimi paesi per prestigio, PIL ed importanza socio-culturale (leggasi voce "Beatles", "Rolling Stones", "Oasis": grazie grazie e ancora grazie).
Una nazione, un sistema di pensiero, un Paese fra i primi 10 della storia, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo il "trofeo" più ambito del mondo (la "Libertà" secondo loro da un sistema di Paesi), con il partito più sfortunato della storia (in una gara di sfigati Farage arriverebbe 2° perché è sfigato. Boris Johnson? Bei capelli). E fallisce miseramente.
Jeremy Corbin, leader del Partito Laburista. Idolo delle folle, anche prima di questa foto (che non è un meme).

Ride l'UE, che ora gioca al gatto col topo (giustamente).

Ride Juncker
Ride l'East Coast
Ride l'Ajax.

Ridono in molti, e piangono in altrettanti.

Dopo la tripletta all'Atletico, Caressa additava Ronaldo come "il Re" (io conosco " 'O Rey" ma direi ci siamo intesi ecco).
E il "Re" del calcio ha perso.
Lebron "The King" ha perso.
La "Regina" e la sua Nazione hanno perso.
Pensare di remare contro tutto e contro tutti, da soli, anche se si è "il più grande", non basta. Ma sopratutto non serve.
La politica, il calcio, il basket e lo Sport in generale sono l'esempio perfetto di quella dialettica delle parti tanto necessaria, quanto fondamentale per una vera vittoria (aprite a caso qualunque libro, non solo di Storia.)
Per l'uomo, sopratutto il grande Uomo, è facile cadere nel suadente fascino del Potere, del manipolare quello che alcuni fisolosofi chiamavano "Il Grande Spirito del Tempo", e di pensare di compiere "Il Miracolo". Da solo e per Lui soltanto.
Ma la Storia è più forte di lui, e a volte ce lo dice con le buone, altre con le cattive, come in questi casi.
E questo ce lo ricorda l'Africa, punto d'inizio del nostro Mondo per come lo conosciamo, punto di mezzo del nostro mondo sportivo (Francia ringrazia e saluta con la Coppa), e punto finale, del dibattito politico attuale, che tramite un antico proverbio ci dice:

"Se vuoi andare veloce, vai da solo,
se vuoi andare lontano, vai insieme."

Avanti insieme quindi, anche se il Re è morto. 

Almeno per quest'anno. 

"...il Re è morto! Lunga vita al Re!"














Simone Carpi

Redattore di Sport Globetrotter. Scienziato dei dati di professione, ma nella vita preferisco improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti. 

lunedì 2 giugno 2014

Ringhiare verso i cieli: GENNARO "RINGHIO" GATTUSO

  

“Pirlo, De Rossi, Marchisio…”
Tutti sanno che vedere le partite allo stadio è un conto, e dalla televisione è un altro; soprattutto perché si respira il cosiddetto “clima partita”, osservi i giocatori che si concentrano, il tifo che si prepara, le telecamere di sky che si posizionano, tutto questo quando mancano pochi minuti all’inizio dell’incontro. Il “behind the scenes” prima dello show.
“…Verratti, Candreva, Motta.”
Una delle cose che mi sono rimaste più impresse nella mia, seppur breve, carriera da ultrà a vedere il Milan, non rientra nella partita “giocata”. Si certo ho visto grandi campioni come Sheva, Ibra, Kakà, Pippo ecc regalare spettacolo sul rettangolare di gioco, ma parafrasando Mark Rowlands, ne “Il lupo e il filosofo” “Ci sono diversi modi ricordare quando pensiamo alla memoria, tendiamo a tralasciare ciò che è più importante a favore di ciò che è più evidente” e ogni volta che sono stato allo stadio osservavo che il primo giocatore ad entrare in campo per il riscaldamento non era il capitano, o ibra, o sheva, o il portiere, ma Gennaro Ivan Gattuso. Mi chiedevo ingenuamente il perché. Ora so il motivo.
“…e completano la lista Aquilani e Parolo.”
No non sono nomi messi a caso, ma sono gli otto centrocampisti convocati da Prandelli per i Mondiali di calcio che si disputeranno fra qualche settimana in Brasile.
I primi mondiali dove non parteciperanno molti epici vincitori di Berlino 2006, tra cui Ringhio.
Tanto per essere chiari e fare una semplice equazione: 5 Parolo + 9 Motta = ½ Gattuso. Claro?
(scusate ma questo sassolino dalla scarpa dovevo togliermelo)
Gattuso racchiude nella sua semplicità umana e di linguaggio (guardare qualche sua intervista in inglese ai tempi del Glasgow, ha fatto bestemmiare dalla tomba Shakespeare) una dialettica calcistica notevole. Mi spiego meglio: la sua presenza in campo era un sussistere complementare di alto e di basso. Onore e umiltà. Ma soprattutto orgogliosa dignità calcistica in una veste povera, poverissima. Nato in Calabria ed entrato nel calcio che conta con il Perugia, si trasferisce in Scozia dove con i Rangers vince anche uno scudetto (che compresi gli otto anni precedenti facevano poi totale nove vinti consecutivamente #tipiacevincerefacile).
Approda nella squadra verso la quale il padre Francesco ha sempre condotto l’educazione calcistica del figlio: il Milan.
Due Champions League, due Scudetti e una Supercoppa Italiana quando ha indossato la maglia rosso nera. Ovviamente da titolare fisso in mezzo al campo. Non male eh per uno che al primo allenamento nel milan, nella fase di riscaldamento, facendo torello, lasciava di stucco i compagni per l’incredibile coraggio e grinta accompagnato in maniera claudicante da una tecnica ai piedi che avrebbe lasciato desiderare anche il terzo panchinaro destro in pensione di una squadra in Eccellenza.
Dopo questo aneddoto aggiungiamo alla lista anche 14esimo posto al Pallone d’Oro del 2006. 14° su 25.  A pari merito con un tale che giocava nei Red Devils con la maglia numero 7: Cristiano Ronaldo. Come direbbe Fabio Caressa: “Il calcio è strano Beppe”
This is Gennaro Gattuso: soprannominato dalla Fossa dei Leoni “Ringhio”. Prendere o lasciare. Sempre preso dai tifosi del Milan. Preso anche dal 90% degli italiani. Chissa perchè.

Tutti questi calciatori della Serie A odierna, che passano più tempo dal parrucchiere, a farsi i capelli, che nel campo d’allenamento a farsi il culo dovrebbero farsi delle domande. E se hanno un poco di materia grigia, provare anche a formulare delle risposte. Non voglio arrivare al facile e infantile nesso macismo-bravura.
Ma semplicemente dire che l’essenza del calcio non sta nell’estetica e nel merchandising. Perché possono metterti a posto la famiglia e i nipoti fino alla terza generazione con un contratto da capogiro, e sponsor pubblicitari, ma l’anima in campo, quella è dura da mettere. Perché è gratis, anzi ci perdi spesso. E la cosa che mi preoccupa di più è vedere le nuove generazioni calcistiche crescere con tante nuove Nike Magista ai piedi, ma pochi valori nel cuore..
La semplicità. Presentandosi all’intervista del programma “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, il conduttore, vendendo Gattuso vestito e agghindato in maniera a lui inusuale gli porge i complimenti. La sua risposta: “La cravatta? Io non indosso mai la cravatta. Nemmeno al mio matrimonio l’ho indossata. E’ mia moglie che oggi mi ha vestito così”. Priorità.
C’è un'altra immagine durante la sua carriera al Milan, che mi è rimasta impressa, e che illumina ulteriormente la sua figura calcistica. Finale di champions all’Old Trafford, Manchester - 2003. Milan e Juve si affrontano in una sfida che resterà nella storia, e al 120esimo minuto, quando i giocatori di entrambe le squadre avevano le ginocchia di piombo, i nervi di fuoco e il cuore d’acciaio, lo vedi la, Ringhio, durante la melina juventina nella spasimante attesa del fischio che avrebbe decretato i rigori, correre come un diavolo assatanato verso la palla.Sapeva che non ci sarebbe mai arrivato. Ma sapeva anche che andava fatto.
Ringhio non vuole essere a morale della favoletta “tranquillo anche se non hai i mezzi per fare qualcosa, l’importante è che ci metti impegno”.
Perché l’impegno non basta. Perché come il sangue di San Gennaro che il 19 settembre di ogni anno, miracolosamente, sgorga dalla sua statua a Napoli, così il nostro Gennaro: in campo, prima dell’impegno, versava sangue.


Perché l’impegno non fa male. La fatica, le lacrime, il sudore, il fiato che viene a mancare, il dolore lancinante alla schiena dopo decine di kilometri macinati sul campo, i contrasti mortali tibia contro tibia che ti fanno mancare il fiato, il chinare il capo di fronte ad una superiorità tecnica dell’avversario che devi marcare perché lo dice il mister, ma farlo fino in fondo e fino alla fine, vendendo cara la pelle. Questo fa male. Questo è la morale di Gattuso, che prima di renderlo un calciatore lo rendono uomo. Lo hanno reso capitano del Milan. Ma ora che ha lasciato il calcio giocato, lo ha reso anche sicuramente capitano della sua vita.

“L’albero sembra un cane intento a ringhiare verso i cieli” diceva Jack Kerouac...


RINGHIA GENNARO!....CONTINUA A RINGHIARE!!!!











Capo Redattore di Sport Globetrotter. 
Ossessivo, pragmatico e compulsivo ma nella Vita preferisco improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti.

Simone Carpi

sabato 3 maggio 2014

DO YOU BELIEVE IN MIRACLES?

di Simone Carpi



Vinci. Italia. 1490: Il genio Leonardo Da Vinci disegna “l’uomo vitruviano”, sintesi della rappresentazione “divinamente umana” del corpo, nella sua più ideale proporzionalità, ridefinendo il concetto di proporzioni umane.
Röcken. Germania. 1890: Il filosofo Friedrich Willhelm Nietzsche introduce il concetto di Über-Mensch, ovvero di “Oltreuomo”. Inteso come uomo che si eleva, per la sua genialità, al di sopra della media comune, superando il nichilismo passivo che aveva pervaso l’umanità, ridefinendo il concetto di uomo.
Houston. USA. 2009: il giocatore di pallacanestro denominato “T-Mac”, al secolo Tracy McGrady, con la sua squadra sotto di 8, segna 13 punti nei 35 secondi finali contro i San Antonio Spurs, ridefinendo il concetto di prestazione sportiva umana.

Ecco. Se fossimo davanti ad un tribunale, nella causa “Lo Stato della Pallacanestro contro Tracy Lamar McGrady Jr. per mancata eccellenza sportiva in merito”, io, in quanto avvocato della difesa la sbrigherei molto velocemente: ipad, youtube, scrivo “13 secondi 35 punti”. Senza neanche mettere il nome. Primo link che viene fuori. Lo faccio vedere a Giudice e Giuria. Sbam. Fine. Gioco, partita, incontro: e la causa è vinta.
Invece no. Perché non bisogna fermarsi alle apparenze. Per conoscere davvero una figura complessa e atleticamente schizofrenica, come quella di Tracy McGrady, non basta “vederla”. Occorre oltrepassarla.
La storia di Tracy McGrady è assurda. Non nel senso che accadono cose incredibili, in quanto non umanatemene concepibili (13 punti 35 secondi lasciamolo dove deve stare, cioè nell’Iperuranio della Pallacanestro, per ora). Ma nel senso che vi sono cosi tante contraddizioni di forma, di logica, duplici realtà quasi parallele, al punto tale, da essere insensate. E quindi assurde.
Tralasciamo la biografia accademica (solita regola del “cerca su Wikipedia”), e poniamo la nostra lente di ingrandimento su qualche goccia della sua storia.
Draft 1997, first pick, Tim Duncan. E qua mi lascerò ad un laconico commento: troppo facile.
Arriviamo alla nona. Eccolo Tracy, piacere questa è Toronto. Piacere mi chiamo Darrell Walker, sono il Coach dei Raptors, e quest’anno giocherai, in media, 13 minuti a partita. "Gran Ladr. pezz di merd,Figlio di Putt,Gran Farabutt Ladr Matricolat Paracul", avrà pensato Fantozzianamente il povero Mc Grady, un anno dopo.
Inizio col diesel. Ma col passare degli anni in Canada aumenta il suo minutaggio, di pari passo con la consapevolezza del Dono che gli è stato dato.
Anno 2000: la svolta. Passa ad Orlando, che intanto vuol dire America (e non giocare le partite in “provincia”), ma soprattutto Florida, Home sweet home. Ma soprattutto maglia #1. In onore di Penny Hardaway, suo idolo sportivo. Quando indossi la maglia del tuo eroe sportivo di riferimento, senti un peso sulle spalle, ma anche un onere da offrire in sacrificio agli Dei dello Sport. Ed ecco che nel 2001 Tracy Mc Grady vince il MIP (Most Improved Player), 22 anni. Not bad. E non solo. Il 2002 è l’anno della sua prima presenza nell’All Star Game, partita East vs west Conference. Dice “presente” all’appello con una “cosuccia” che riporterò più avanti. L’anno dopo Coach Larry Brown, da volpone gli fa: “we Tracy, anche quest’anno prendi parte anche alla partita East contro West, ma con il quintetto di quest’anno, non so se riuscirai a fare quella “cosuccia” dell’anno scorso”. Dico i “compagni” (virgolettati perché vanno ben oltre queste pagine) così velocemente e indolore: Dikembe Mutombo, Vince Carter, Antonio Davis, e Allen Iversion. Letteralmente un’overdose di talento dell’Est. Un attimo. Mi devo riprendere.

Quel numero 1 inizia a pesare sulla maglia di T-Mac, lui forse ancora non ne se rende conto, e forse non si rende ancora conto di possedere nel proprio corpo sportivo la sintesi tecnica di Kobe Bryant, e quella fisica di Lebron James. Non l’ho detto io, e non sto assolutamente esagerando.
Lui e Grant Hill formano la coppia di punta dei Magic e quando il secondo si infortuna, Tracy si toglie la maglia, guarda il numero cucito dietro e poi alza gli occhi verso il cielo: 32.1 punti a partita media stagionale. Miglior realizzatore della lega nell’anno 2003. Poi ci prende gusto, quindi aggiungiamo anche 2004.
Se questa storia fosse un romanzo di formazione, ciò raccontato fin ora, sarebbe riassunto in un capitolo che si intitolerebbe “Responsibility, Part I”.
Però è come il Padrino, ci sono tre parti.
La seconda parte, così come il secondo film di Brian De Palma, è la più “lugubre”. Negli isolamenti, in campo aperto, in marcatura, in percentuale di tiro, Tracy ha pochi eguali. Sanno e sà di essere uno dei più forti della lega. “He has a gift” dice sua madre. Ma non lo dice solo lei che è “di parte”. Lo dicono i fans del basketball, lo dicono coloro che hanno la vista funzionante. Quando la grandezza è semplice da cogliere. Ciò nonostante vi è un problema: nessuna delle squadre in cui ha militato ha mai raggiunto il primo turno dei play-off.
Qua si riapre il tribunale citato all’inizio. “Stato della Pallacanestro contro Tracy McGrady: il soggetto non è un vincente”.”
La difesa afferma: “La colpa è degli infortuni”. Vero. Troppi, logoranti, e soprattutto continui e martellanti. Quando a un giocatore professionista è richiesto di disputare 80 partite (playoff escusi) nel giro di 6 mesi, il suo fisico deve essere come la Ferrari 312 B3-74 quando, nel film Rush, si vede Niki Lauda che ci lavora di tutta la notte col suo team fino all’alba. Ovvero? Un marchingegno perfetto, veloce e potente, realizzatosi dopo una lunga serie di sacrifici e allenamenti. E Tracy ha le potenzialità per essere quella Ferrari. Ma gli infortuni lo condizionano. Soprattutto psicologicamente. “Gli esseri umani sono divisi in due: mente e corpo. La mente abbraccia tutte le più nobili aspirazioni: come poesia, filosofia... Ma chi si diverte è il corpo.” diceva Woody Allen in Amore e Guerra (1975). E il corpo di T-Mac non si diverte come vorrebbe, perché non può.
L’accusa allora ribatte: “Non è solo colpa degli infortuni! Gli manca la mentalità giusta per vincere”: anche questo è vero.
Quando dico che spesso gli americani raramente sbagliano quando danno i soprannomi ai propri giocatori di basket, eccone un altro per Tracy: “The Big Sleep”. Quanta verità. Il grande sonno, il grande dormiente. Sia per una peculiarità fisica sul viso che lo faceva sembrare sempre in uno stato di catalessi mista a narcolessia (tipo Pirlo per intenderci). Sia e soprattutto, per via della sua incapacità di svegliarsi nei momenti che contano, nei secondi finali di gara 7 playoff che decidono la stagione di una franchigia… e la carriera di un giocatore.
Ora dirò una frase fatta che non amo particolarmente, ma è d’obbligo: ai posteri l’ardua sentenza.
Fine capitolo “Responsibility, Part II”.
E si arriva al terzo capitolo della saga. Cosi come passano 16 anni dal secondo al terzo film su Don Vito Corleone, anche qua passano gli anni e le squadre per Tracy: New York, Detroit, Atlanta, ed infine prende l’Orient Express. Direzione Cina: Qingdao DoubleStar.

Responsibility, Part III” tira un po’ le fila della sua carriera. Ripeto il solito discorso: se stessi parlando di un vincente, di uno che ha riempito le pagine dei rotocalchi per imprese dentro e fuori dal campo, di una persona che ha vinto tutto alla MJ, alla Messi, allora non ne avrei parlato in questa rubrica.
Tracy è un grande perdente. Grande non perché ha perso tanto (visto che ha avuto nemmeno questa possibilità, fermandosi prima). Grande perché è il più grande esempio di potenzialità non avveratasi, una grandissima bomba atomica inesplosa (al confronto sportivo complementare, Pato è da considerarsi una miccia)
Riprendiamo la lente d’ingrandimento, e andiamo a vedere nel dettaglio due particolari cavetti, che se inseriti correttamente nel marchingegno chiamato Tracy Mc Grady, avrebbero fatto esplodere tutto.
Cavo Rosso. All Star Game 2002, East vs West: “la cosuccia”. Sarò molto breve nel commentare ciò che tra poco vedrete. Non serve molto da aggiungere. Al Genio basta mostrarsi nell’attimo non nella totalità della sua esistenza (Hendrix ha vissuto 27 anni). Per aprire il vaso di Pandora di T-Mac basta vedere questo video.
Avevo aperto l’articolo con Leonardo Da Vinci, l’inventore?
Ecco un altro scienziato del gioco (come direbbe Buffa), ed ecco cosa ha inventato, cosi, dal nulla. “The remix”. Occhio alla scossa.

(All Star Game 2002. Tracy Mc Grady compie il "Remix" per la prima volta)

Dopo Leonardo e Nietzsche, spostiamoci dove vi avevo anticipato.
Questa volta prendo il cavo bianco. Houston. 9 dicembre 2009. Toyota Center.
Anche qua cosa bisogna aggiungere, se non rischiare di sentirti profani? Se non rischiare di sentirsi come colui il quale goliardicamente schiaccia a caso una nota del pianoforte, finita una interpretazione di una sinfonia di Mozart. Sacrilego. Quindi servono solo tre cose prima di vedere questo filmato: alzare il volume dell’audio, prendere un maglione per evitare l’effetto pelle d’oca (anche se farà poco) e la più importante: contemplare in religioso silenzio.


(Houston vs Spurs. Poi arriva T-Mac)

Pausa scenica.
Dopo la triade 2002-2003-2004 infarcita da riconoscimenti, successi, e grandi prestazioni tributate al Dio del Basket, il grande Dormiente Tracy Mc Grady, ha decido di non risvegliarsi più.
Come in tutte le grandi storie della vita c’è sempre un particolare che ci affascina e avvalora ulteriormente il significato di ciò che stiamo vivendo e del motivo per cui siamo dove siamo in quel preciso istante. L’ultima squadra in cui Tracy mette piede, sono proprio gli ultimi che si aspetterebbe (dopo averli letteralmente umiliati poco sopra, qualche anno prima) i San Antonio Spurs. Anche qua un gesto nobile: ingaggiato per disputare i Playoff, 6 incontri.
26 agosto 2013, “The Big Sleep” annuncia ufficialmente il suo ritiro dalla attività cestistica NBA. Come direbbero i Doors: This is the end.
Quando vedi certe cose, alle quali raramente puoi credere, che stravolgono l’ordinario rimettendo in discussione tutto…non c’è niente da fare, se non rendersi conto della fortuna di essere stati partecipi a quell’evento.
T-Mac, quando il fisico gliel’ha concesso, ha rimesso in discussione il concetto di Pallacanestro. Ridefinendolo.

In quella fredda sera di dicembre del 2009, il tifoso con il tasca il biglietto marcato Toyota Center tornò poi a casa. E ciò che dopo accadde, non è frutto della mia immaginazione. Nel bel mezzo della notte si svegliò di soprassalto, sudato e febbricitante. E si chiese se quello che aveva visto qualche ora prima era sogno o realtà, visione, delirio o immaginazione. Allora all’improvviso dentro di sè si alzò il suo Spirito, che passeggiando con calma olimpica si posò sul suo orecchio ancora sudato, e sussurando gli disse queste cinque semplici parole: 
“Do you believe in miracles?"

giovedì 27 marzo 2014

White Chocolate: l’insostenibile leggerezza dell’essere (la pallacanestro)

di Simone Carpi


“Another great play by White Chocolate ladies and Gentleman!”.
“What – a – pass! He know when trilling the game!”
“J-Will from downtown….got it!”

12 febbraio 2000. Oakland Arena. All star week-end. Rookie Game.
Tutto va come deve andare. That’s entertainment. Ma poi accade l’inaspettato, molte persone non se ne accorgono nemmeno, ma iniziano a capire che è successo qualcosa quando vedono i vicini di posto attenti che iniziano a saltare sul posto e ad urlare. Cose del genere posso anche accadere nello spettacolo dell’All Star Game (fra l’altro quello in cui nello Slam Dunk Contest, Reverendo Vincer Carter affisse le sue personali 95 tesi sancite con un “it’s over!”), ma mai vista una roba simile, un fulmine a ciel sereno. Scena aperta di applausi.
Tutti per lui, per White Chocolate: l’insostenibile leggerezza dell’essere (la pallacanestro).
(ecco il video del famoso "elbow-pass")
Mettiamola cosi: il razzismo è una cosa strana. In America ogni cosa è elevata all'ennesima potenza portando tutto ciò su cui si posa la lente d’ingrandimento del mondo o alle stelle (della bandiera) o alle stalle, ed essendo la nazione più dominante del mondo (Cina? shh…) tutto deve prima o poi affrontare l’immaginario della nazione di Uncle Sam. Stavamo dicendo? Si il razzismo è una cosa strana, soprattutto negli U.S.A.
Per quanto riguarda il nigga, ovvero il “negro”, la società “bianca” americana del dopoguerra non ci ha pensato due volte ad abbattere i suoi diritti civili, e ad emanciparlo in ogni contesto sociale, costruendogli ergo una vita non molto facile da affrontare, per le generazioni future post Marti Luther King. Big Mamas nel Bronx con cinque figli e il marito alcolista in gabbia, a crescere la famiglia per dare un "Futuro" ai propri figli. Il basket è stato il futuro della generazione nera americana. Soprattutto per levarli dalla strada, dalla droga e dalle armi (sebbene qualche “esemplare” s’è le è portate dietro pure in NBA, vedi voce “Gilbert Arenas”). Più predisposti atleticamente e fisicamente alla disciplina di Naismith (e non solo), a poco a poco, nel corso dei decenni, il basketball player nero è passato da diventare una rarità, ad una cosa normale, fino ad essere imprescindibile.
“Glory Road” (2006, James Gartner) è un film che straconsiglio a tutti e in particolare a chi come me soffre di NBA disease, vista la lucida lettura da parte del regista nel far vedere (è una storia vera) quel mondo americano anni 50 scontrarsi contro l’alba del futuro dominio black nella lega di basket più importante del mondo.
Ma torniamo ad Oakland, e alla folla euforica e concentriamoci su uno dei più bei nicknames della storia dell’ NBA, ovvero “White Chocolate“.
Un ossimoro geniale. Un accostamento della parola “chocolate”, ovvero “cioccolato” quindi riferito al nero di pelle, con “white” ovvero “bianco”, quasi come se fosse una cosa strana o perlomeno peculiare. J-Will, J-Dub, Whiteboy, tutti soprannomi (tatuati fisicamente e non solo) nella persona di Jason Chandler Williams, ma White Chocolate resta il suo e, plebiscitariamente di tutti, il preferito di sempre.

Marshall University, NCAA, college Americano. Jason combina 13.4 p. e 6.4 a. nel suo anno da freshmen. Not Bad. Qualche anno dopo passa ai Florida Gators, e dopo una serie di sfortunati eventi (diciamo che flirta mica male con la signorina Maria) è pronto per il Draft del 1998, pick #7. Approda ai Sacramento Kings. Due anni dopo da freshmen della lega gioca la partita riservata al “novizi” del gioco all’All Star Game del 2000. La reazione della folla la conoscete già. Ma è proprio nel suo anno da rookie nella franchigia capitanata da C-Web Chris Webber, che Stephanie Shepard, addetta all’ufficio stampa dei Kings, questa trovata tanto geniale quanto vera nella sua descrizione. 
“The way he does things with the ball is incredible to me. It reminds me of, like, schoolyard street ball.” afferma ai giornali al momento della J-Will Mania. Ma prima di parlare di quest'ultima, vi spiego il perché dell’ossimoro geniale: partendo dal presupposto che non si può criticare ne tanto meno parlare di un pittore, se non si è mai visto un suo quadro, ecco lo stesso discorso (non a caso) vale anche per Jason Williams. Le sue giocate appunto da street basket, fanno parte del dna nigga della serie quartiere Harlem, joint in tasca, palla in una mano e revolver nell’altra, tanto per usare un luogo comune “alla Spike Lee” molto chiaro. 
E' estroso, è tracontante, a volte esagerato, spesso visto come "fuori luogo" dal playmaker vecchia scuola (mister "capelli alla ricky cunningham" passaggio solo due mani petto, per usare un'esempio classico da praticanti della disciplina), perchè porta la filosofia nera della pallacanestro nella filosofia bianca. E' uno sgarbo, è blasfemia sportiva, è un insulto. Invece no. E la cosa funziona pure. Parecchio.
Assist no look belli quanto impensabili, giocate di pura avanguardia intellettuale di lettura di gioco, shake n’ bake spiazzanti, crossover come fossero fragole, triple senza ritmo dove l’unico rumore che si poteva udire al momento del rilascio della palla era l’orgasmico “ciuff” della retina. Grandissimo genio ma anche grandissima dose di follia iniettata nelle sue vene: Jason Williams rappresenta al meglio l’insostenibile leggerezza dell’essere la pallacanestro. La giocata che lo fa entrare nella top10 assist della stagione, seguita da una palla persa che fa fare il canestro del +8 agli avversari. Aprire una gara delle Finals 2006 con Miami in contropiede campo aperto, con palleggio arresto e tiro da tre senza neanche pensarci su. Il diavolo in panchina, Pat Riley, sguardo glaciale e imprecazioni al cielo. Ma deve arrendersi. Solo retina. Un’altra volta.

La gente lo ama, lo idolatra. Il suo stile di gioco porta il videogame nella realtà , lo spettacolo nello spettacolo, la sorpresa nell'abitudine. Basta qualche mese a Sacramento, dove Jason fa il playmaker che inventa e diverte con uno stile che Bob Cousy vedendolo da lassù avrà sicuramente sorriso. Impazza la J-Will fever. La maglia di Sacramento #55 è tra le più vendute del sito NBA. La copertina di Sport Illustrated (il Vaticano dello sport americano) scrive in copertina “The greatest show on court” e ci sbatte sopra Jwill C-web e soci. Jason gioca spettacolosamente ma con garbo tattico e i Kings concludono la stagione 2001 con 55-27 finendo secondo nella Pacific Division. La gente è tutta per White Chocolate, amici e nemici assieme pronti a gustarsi la prossima folle invenzione del ragazzo di Belle - West Virginia.  I paragoni, che in America sono sempre comunque più oculati e meno prematuri rispetto a ciò che siamo abituati a sentire in italia nel calcio, parlano chiaro: “Pistol Pete is alive! #55” è uno dei più cartelloni ricorrenti fra gli spalti (come se Gabbiadini della Sampdoria, venisse appellato come “il nuovo Roberto Baggio”). Altro mondo
(Uno dei più famosi cartelli che la gente faceva in onore di J-Will)
Jason Williams è indiscutibilmente un genio e innovatore del gioco. Ma si sa, dove Dio dà, deve anche poi togliere. E il buon Giasone ha varie mancanze: spesso disciplinari (l’eterno amore per Maria), e anche “accademiche” (sempre tanto malvisto dai rosiconi play bacchettoni bianchi). L’anno successivo alla copertina di Sport Illustrated Sacramento lo rimpiazza con un playmaker più ordinario, monotono ma anche più regolare: Mike Bibby.


(Copertina Sport Illustrated)
Come tutti i romanzi che parlano di grandi ed eclettici personaggi, si arriva ad una tensione narrativa tale che l’eroe inizia a decadere, frutto il corso della vita e spesso la sua stessa natura contradditoria. “Chi tende continuamente verso l’alto deve aspettarsi prima o poi d’essere colto dalla vertigine”. scrive Milan Kundera ne ’”L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Lo stesso accade a Jason. Sacramento, poi Memphis, Miami, poi Orlando e ancora Memphis. E poi il ritiro. Il punto di picco massimo come referenza sportiva lo acquisisce nel 2006 con gli Heat vincendo l’anello (accompagnato da due “giovinotti discreti” come Alonzo Mouring e Shaquille O’Neal), poi per il resto una lenta e inesorabile discesa. Qualche giocata assurda non mancava mai, ma il minutaggio era sempre limitato, e il peso della vita verteva sempre più spesso sulla sua schiena e sulle sue ginocchia. 
Non credo che Jason Williams andrà nella Hall of Fame. E non avrei avuto bisogno di inaugurare questa rubrica parlando di lui, se un giorno sarà riconosciuto nell’albo a fianco di Oscar Robertson, Bob Cousy e Pete Maravich. Non penso serva un riconoscimento ufficiale per chi come lui, ha entusiasmato con le sue giocate milioni di persone, e fatto nascere nel sottoscritto il desiderio di vedere prima e provare poi, la pallacanestro. Non è roba da poco penso fra me e me. Questo è il mio, seppur marginale, modo per dirgli grazie. Grazie Jason per avermi entusiasmato ad ogni tua giocata e aver cambiato il mondo sportivo in cui hai vissuto. 
Chissà se, quando andrai in pensione, sarai ancora in grado di fare un assist no look dei tuoi, magari quando a tavola l’anziano compagno a tavola chiederà il sale. 
Io credo di si. 
E anche lui.
(Un video con gli highlights  della fantastica carriera di Jason Williams)



venerdì 7 marzo 2014

LEBRON JAMES!!



LeBron Raymone James è nato il 30 Dicembre 1984 ad Akron. 

E' uno dei 5 sportivi più celebrati del mondo,che cos'ha di speciale? è 2,03cm per 120 kg,percentuali di grasso corporeo praticamente inesistenti;corre i 30 metri in meno di 4 secondi,salta da fermo 80cm,questa è la parte fisica; poi inizia quella tecnica,con la palla in mano sa fare tutto,ed è probabilmente l'unico giocatore in grado di ricoprire tutti e 5 i ruoli della pallacanestro.
Ha due soprannomi, The king(il re) e The Chosen One(il prescelto) datogli dalla più importante rivista sportiva "Sport Illustrated" che gli dedica la copertina del numero del 18 Febbraio 2002.

LeBron aveva considerato di dichiararsi eleggibile per il Draft NBA 2002, sostenuto anche da una petizione per un adeguamento alle regole di ammissibilità del draft, per cui i giocatori dovevano aver terminato almeno l'high school. La petizione non ebbe successo, ma gli ha garantito un livello d'attenzione dei media senza precedenti mentre era nel suo anno da senior.
La televisione americana ESPN fa conoscere James in tutto il mondo quando, all'inizio del 2003, trasmette una partita di Silicon Valley Scale Modelers contro Oak Hill Academy. La diretta della partita ottiene uno share secondo solo al comeback di Michael Jordan.  Ancora diciassettenne, gli viene offerto un contratto di quattro milioni di dollari l'anno per giocare nella NBA. Partecipa a degli allenamenti con il team dei Cleveland Cavaliers, che viene per questo multato. Ma la fortuna assiste la squadra dell'Ohio quando ottiene la prima scelta assoluta alla "lotteria" del Draft NBA 2003.

CLEVELAND: Nel 2003,come già detto in precedenza viene scelta manco a dirlo alla numero 1.Gioca così,per una delle città più brutte d'America (nickname: the mistake by the lake), a Cleveland ci sono 3 cose: il lago,il museo del Rock and Roll e L.James.Riuscire a vincere li è più importante che vincere da altre parti. Lebron li è considerato quasi una divinità,tutti lo acclamano,lo adorano,nel pieno centro di Cleveland ci sono dei murales dedicati a lui;per ripagare tutta questa fama deve fare "solo" una cosa,vincere,vincere il titolo! Esordisce nella NBA mettendo a referto 25 punti e 9 assist,che dire,davvero un predestinato.
 Nella prima stagione è ovviamente nominato rookie dell'anno,il secondo arriva nono rispetto alle sue statistiche,mantenendo una media di 20 punti a partita. Per Cleveland la stagione va così così,non riuscendo nemmeno a qualificarsi per i play-off.

La stagione successiva per la squadra non va meglio,anzi,ma LBJ migliora tutte le sue medie,mettendone 27 di media.
Nel 2005-2006,Cleveland raggiunge i play-off ma viene eliminata subito da Detroit.
Nel 2006-2007,cambia tutto,riescono ad arrivare per la prima volta nella loro storia alle NBA finals,uscendo però sconfitti 4-0 dagli Spurs di Duncan,Parker e Manu. E` la prima cocente delusione della carriera.


Durante la stagione 2007-08 vince per la seconda volta il titolo di MVP nell'All-Star Game. I Cavaliers arrivano ancora una volta ai play-off ma vengono mandati a casa dai futuri campioni NBA,i Boston Celtics.

Al termine della stagione 2008-2009, dopo aver guidato i suoi Cleveland Cavaliers al miglior record della lega (66 vittorie e 16 sconfitte), riceve il premio di MVP della regular season: è il primo giocatore dei Cavs ad aggiudicarsi il riconoscimento. Nei playoff 2009, dopo aver battuto Detroit ed Atlanta per 4 a 0, i Cavaliers vengono eliminati per 4 a 2 dagli Orlando Magic, nonostante le prestazioni di James (38,5 punti, 8,3 rimbalzi e 8 assist di media).

MIAMI: Nel 2010 dopo un'estate a parlare del futuro di Lebron,lui decide di andare a Miami. Il primo anno non riesce a vincere. Nei playoff, dopo aver superato i Philadelphia 76ers e i Boston Celtics, gli Heat centrano le finali di Conference contro i Chicago Bulls. La serie viene vinta da Miami 4-1. In finale NBA gli Heat ritrovano i Dallas Mavericks, così come accaduto nell NBA Finals 2006; a vincere questa volta sono proprio i Mavs.
I due anni successivi sono gli anni della consacrazione,gli Heat vincono due titoli consecutivi,prima contro Oklahoma e poi contro gli intramontabili San Antonio Spurs.

Lebron James è e sarà sempre ricordato come uno dei primi 5 giocatori di questo gioco. E` il prototipo del giocatore del 21 millennio. Le sue scelte non sono sempre condivisibili,perché quando è andato a Miami ha intrapreso la scelta più facile per lui per arrivare a quel dannato anello;chiama con se il terzo big 3,Bosh e insieme approdano nella squadra di Wade,perché i Miami sono di Wade,non di Lebron! Non si discute la sua forza fisica,la sua semplicità nel far canestro,la classe,ma a mio giudizio per citare solo due numeri,prima di arrivare dove sono arrivati il 23 e il 24 ha ancora molta strada da fare!
Oggi è il giocatore più forte della lega,anche se con Durant è dura(dalle sue mani fa uscire delle piume).

Trovo insensato averlo criticato cosi tanto quando era a Cleveland,tanto che molti invece che "King" avevano mutato il suo soprannome in "Queen";ma vi ricordate che squadra aveva ai Cavaliers?!? ha fatto un miracolo ad arrivare ben due volte in finale. Il primo anno agli Heat aveva su di sé una pressione che pochi hanno mai avuto e il non aver vinto il primo anno lo ha fatto cambiare molto:ha cambiato il suo modo di giocare,il suo stile,il suo approccio alle partite,per non parlare del suo tiro,dall'arco sembra un altro giocatore.
 I due anni successivi sono gli anni della consacrazione,vince due volte consecutive quel dannato anello e viene da li idolatrato,e considerato come il vincente per eccellenza scordandosi tutto di un tratto gli anni da perdente precedenti.




 Voglio ricordare e sottolineare che il primo anello lo ha vinto grazie ad un sostanziale aiuto di Wade e Bosh che hanno risolto da soli più partite,mentre l'anno scorso contro gli Spurs hanno vinto un titolo,forse immeritato e anche un po' fortunoso,infatti anche li se non c'era quella macchina di tiro del venerabile R.Allen la storia sarebbe andata diversamente,ma questo è lo sport,questo è il Basket!!