Visualizzazione post con etichetta Calcio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Calcio. Mostra tutti i post

lunedì 17 giugno 2019

SI SARRI CHI PUÒ



"Guardiola è il piano A. Conte il piano B. Sarri il piano C."
Immagino la faccia dello juventino medio stra-esaltato che a luglio 2018 imperversava le storie instagram su CR7, leggere queste parole e iniziare a gonfiarsi il petto sognando Pep Guardiola allenare Ronaldo.
Guardiola che tutto d'un tratto non è più un perdente in Europa ("dite tanto su ad Allegri, ma pure Guardiola è uscito dalla Champions, ha tutti i milioni che vuole poi, e quando era al Barcellona ha avuto culo" - l'ho davvero sentita questa che più che una dichiarazione, è un dichiarazione per il TSO),
ma diventa tutto d'un tratto un "grandissimo allenatore", cosa che confermano tutti i non juventini, però tipo da sempre.
E quando gli chiedi ad uno juventino inGuardiolito: "Ma come fareste ad avere un monte ingaggi che vi permetta sia Ronaldo che Guardiola con tipo 60 mln netti totali solo loro due?", loro fanno spallucce e ridono (ridono di cosa poi).
Ma poi...ta-dà!
"La prossima stagione partiremo da zero col City e vedremo cosa succederà" afferma Pep rompendo i silenzi delle scorse settimane. 
Guardiola saluta la Juventus. Titolo Juve -3% in Borsa. Olè.
Beh dai allora piano B, arriva Conte.
Immagino la faccia del tipico juventino stra-esaltato che ricorda i vecchi tempi di un Conte-demiurgo che prendeva dei "Simone Pepe" e dei "Giaccherini" e li faceva diventare dei giocatori di calcio, leggere queste parole e iniziare a gonfiarsi il petto sognando Conte allenare Bonucci facendolo tornare il difensore che un tempo era (o meglio: crede di essere).
Conte che tutto d'un tratto passa da allenatore sopravvalutato, caciarone, e catenacciaro, a unico e vero condottiero per far vincere la Champions alla Juve di Ronaldo.
Conte all'Inter. Il tecnico: "Entusiasta della nuova avventura". Zhang: "E' uno dei migliori".
Conte saluta la Juventus.
Resta il piano C: Sarri.
Non deve essere stato facile, per un tifoso juventino, comprare il giocatore più forte al Mondo nonchè più forte della Champions, e uscire addirittura un turno prima dello scorso anno; ma deve essere ancora più difficile vedere i suoi sogni di una stagione 2019-2020 andare in frantumi non ad Aprile 2020, ma a Giugno 2019.
Eppure non è un fallimento.
Ora ovviamente tutti gli juventini saranno scettici nei confronti di un allenatore che prima è stato Napoletano (acquisito) e dei Napoletani, e ora passa a loro.
Gli juventini saranno scettici nei confronti di un allenatore che predilige il bel gioco, loro che stanno al "bel gioco" come la Corea del Nord sta alla "democrazia", (fra l'altro con gli stessi successi in ambito Europeo).
Gli juventini del "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta" saranno scettici nei confronti di un allenatore che dichiara "È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto".
Eppure Sarri è la migliore scelta attuale possibile per la Juventus.
Un allenatore che non pensa a vincere, ma 
pensa e prova "a vincere, mostrando un bel gioco" che è molto diverso, e che è ancora più diverso di "vincere" soltanto.
Per chiudere una volta per tutte questa diatriba tutto italiana (e italiota) già spiegata qui, in partenza, e senza dover sottolineare che lo stesso Liverpool (Vice campione d'Europa 2018 e Campione 2019), è capitanato da un Mister con gli stessi ideali:
1) il Napoli di Sarri della scorsa stagione era un Napoli con un monte ingaggi quattro volte più piccolo della Juventus e con una rosa molto meno competitiva, ha sfondato quota 90 punti e ha perso lo scudetto contro la Juventus di un nulla (e fra l'altro non per merito della Juventus).
2) Solo un idiota può davvero credere che esista qualcuno che giochi a Calcio, ma sopratutto a Calcio professionistico (dove chi perde, perde soldi, chi vince vince soldi) senza pensare al risultato, sopratutto se quell'idiota ha perso 2 finali in 3 anni.

Torniamo a noi.
Sarri certamente ha dei difetti, certamente non ha la "teoria" di Guardiola, il "talento" di Klopp, o "l'esperienza" di Ancellotti, ma altresì ha diverse obiettive capacità (ha vinto l'Europa League eh), ma ancor più il coraggio di provare a guarire lo juventino medio dall'ossessione per la vittoria, che lo porta, sovente alla malattia e al disturbo ossessivo compulsivo di negare tutto (sentenza di Calciopoli, sporadici e non sporadici favori arbitrali, chiari fallimenti Allegriani) a costo di non sfatare questo mito del "Vincere non è importante è l'unica cosa che conta", che più che un mito è una promessa di Faustiana memoria, una maledizione appunto, un amore disturbato dedito allo stress sportivo, una promessa irraggiungibile: nessuno può vincere per sempre, e se il tuo motto è vincere o niente, allora spesso (statisticamente parlando) ti devi accontentare del niente.
Chissà quante "Champions non vinte" serviranno, per fare capire questo concetto al popolo bianconero, per poterlo liberare e quindi rendere sì davvero pronto a vincere, diventando non causa, ma effetto del suo stesso gioco.
Ma soprattutto chissà quante vittorie serviranno a Sarri in maglia bianconera, per far magicamente cambiare idea ai suoi nuovi tifosi, ora ostili e pronti a gettarsi in mare al grido "Si Sarri chi può!"
Ma ora il tempo è giunto: levate l'ancora, preparate i marinai, è "il Comandante" Maurizio Sarri che ora guida la Nave, alla conquista della Champions... o forse dell'Eldorado.







Capo Redattore di Sport Globetrotter. 
Ossessivo, pragmatico e compulsivo ma nella Vita mi capita di improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti.
Simone Carpi

martedì 4 giugno 2019

HO VISTO IN CIELO UNA STELLA: LUKA JOVIC

Cosa porta il Real Madrid ad accaparrarsi, giusto un paio d'ore fa un giovane attaccante ventiduenne dell’Eintracht Francoforte? Questo è il destino di Luka Jovic. Le sue ottime prestazioni nella stagione 2018/2019 hanno suscitato l’interesse delle big ma la storia di questo ragazzo serbo è costituita da capitoli diversi e non scontati. 
Esordio nella Stella Rossa, storica società di Belgrado, dove muove i primi passi realizzando il suo primo gol nel 2014 come più precoce goleador del club battendo il record detenuto da Dejan Stankovic. Luka fa due anni nella capitale per poi trasferirsi in Portogallo e più precisamente a Lisbona, nel Benfica. Data l'importanza della maglia e l'intensa competizione di reparto condivisa con gente di spessore come Jonas, Raul Jimenez e Mitroglu Jovic non rientra nei piani di Rui Vitoria e fatica tremendamente a mettersi in mostra. Diventa ben presto l'attaccante di quarta fascia collezionando solamente 4 presenze in totale. La rinascita per il serbo arriva a giugno 2017 dove con un prestito biennale viene comprato dall'Eintracht Francoforte. L’artefice dell’operazione si chiama Freddy Bobic che non è altro che l'attuale DS dell'Eintracht. La sua intuizione abbinata al duro lavoro quotidiano impartita da Niko Kovac , anno scorso coach del club e quest’anno al Bayern, hanno fatto progredire Jovic sia in termini realizzativi che in termini di fiducia in se stesso che nel prendersi un ruolo di primo piano nello schema tecnico tattico. I numeri parlano chiaro: da agosto a oggi è stato in grado di fare 25 gol e 7 assist fra Bundesliga ed Europa League. Da ora in avanti è chiaro che si apre un nuovo capitolo della sua carriera, in un altro campionato e forse in un futuro via via sempre più roseo. Senza dimenticare che sullo sfondo c’è anche il mantenimento e il consolidamento di un posto nella nazionale serba, cui Jovic tiene in modo particolare anche dopo il buon mondiale disputato. La storia di Jovic è un po’ come quella di tanti altri che vivono alti e bassi ma che poi tutt’a un tratto trovano la loro dimensione ed emergono. Di certo lui qualità e fisicità le ha, vedremo se vestire la camiseta dei blancos, lo renderà un vero e proprio galacticos oppure una meteora che dimenticheremo fra qualche anno.






(Blogger di Sport Globetrotter. Appassionato di fotografia, comunicazione digitale e sport, soprattutto calcio internazionale.)


Davide Farri

sabato 18 maggio 2019

CAPITERAN FUTURO?




Daniele De Rossi non sarà più un calciatore della Roma. Avete tutti letto i giornali, i social e pure sentito l'audio di whatsapp di Daniele che gira su Youtube.
La tecnologia ha stravolto la nostra vita, e questa notizia ha stravolto chi ama il Calcio in maniera totalmente improvvisa e trasversale.
Milanisti, Juventini, Interisti, Napoletani, Albinoleffesi (per dire), e Romanisti sono rimasti arrabbiati, amareggiati, delusi e forse ora disillusi.
Sarebbe facile e banale scrivere una articolo per dire che "le Bandiere nel Calcio non esistono più", "il Calcio è cambiato e sono cambiati i calciatori", "Eh ma Maldini, Zanetti..." eccetera eccetera.
Sarebbe facile e banale, ma anche giusto. Ma non lo farò.
Parliamo piuttosto del 1° e forse unico caso nella storia di Calcio di "Leader nel Leader", ovverosia di bandiera (lettera minuscola) della squadra, cioè Daniele De Rossi, che a sua volta è ed è stato sotto la Bandiera (lettera maiuscola) della squadra: Francesco Totti.
Nel calcio europeo i soprannomi (ahinoi) non sono d'uso comune, a differenza di quello sudamericano, e quando si danno, la fantasia ecco non è che sia la cosa che abbondi maggiormente...spesso. 
In Italia si può sentire dire "CR7 con una bordata d'esterno!" quando in Sudamerica il titanico Victor Hugo Morales urlava "El Diez Maradona! De qué planeta viniste, barrilete cosmico!" 

"L'aquilone cosmico". Ciao.


Se vi volete davvero bene, mettete l'audio al massimo volume.

Ma torniamo in Europa, al centro del nostro Mondo, nella nostra Caput Mundi.
A volte dicevo, anche noi europei però coi soprannomi non siamo cosi male.
Esiste forse un soprannome più struggente, poetico e vero di "Capitan Futuro"?
Un moto a luogo nel soprannome che è al tempo stesso una promessa e una condanna, una fotografia instantanea e al contempo perenne, di un giocatore, calciatore e uomo che ama a tal punto Roma e la Roma da mettere da parte un Ego che non ha mai avuto e un talento che ha sempre avuto ma non esibito con vanità, per diventare bandiera in una squadra dove il suo amico e idolo Totti era già.
Poteva andare ovunque, poteva guadagnare di più, poteva vincere altrove, poteva diventare l'unica bandiera da un'altra parte. E invece no.
Essere Bandiere al mondo d'oggi non è difficile, semplicemente non esistono calciatori abbastanza coraggiosi da esserlo (l'ultima forse è Messi, al quale ci inchiniamo ancora una volta ossequiosamente).
Non esisteranno più bandiere come Zanetti all'inter, Del Piero alla Juve, e Maldini al milan etc...
Non esisteranno più giocatori che preferiscono avere una moralità e integrità sportiva da sbobinare e raccontare ai loro nipoti, piuttosto che scorrere sull'iPad la lista su wikipedia dei trofei vinti nella squadra "x" o "y".
Non esisteranno più giocatori così nelle grandissime squadre della nostra penisola e del nostro calcio mondiale. 
Pensate nella Roma: l'unica squadra al mondo che come motto ha "La Roma non si discute, si ama".
La più piccola delle Grandi, o la più grande delle piccole, storicamente e economicamente parlando, nel calcio giocato.
Perché essere Capitani di un vascello che va verso l'Eldorado (Zanetti del triplete, Maldini del "milan delle leggende", Del Piero dell'ultima Champions della Juve), non è facile, ma è comunque Epico: sei in un contesto vincente, con campioni quasi al tuo pari, se non meglio a volte, al tuo fianco, tutto è oliato e gira secondo gli schemi meccanicamente perfetti del mister, finisci sui libri di storia, le figurine panini, la pubblicità Nike della gabbia, etc.



Essere capitani invece di un vascello come quello delle acque del Tevere non è Epico, è semplicemente romantico.
Stupendamente e tristemente romantico.
L'ultimo scudetto della Roma risale al primo anno di Daniele De Rossi in prima squadra.
Come fai a non amare la poesia di questo sport?
«Ho un solo rimpianto, quello di poter donare alla Roma una sola carriera.» Ha detto una volta Daniele.
Ecco, vedere un calciatore dalla fede e dallo spirito cosi  Latino nella capitale Latina per eccellenza, ma anche latino come sudamericano (non a caso Burdisso ha dichiarato appena saputo la notizia «Daniele, ti aspettiamo al Boca!» ) che invece volerà probabilmente verso l'America ma quella del Nord, non fa che stare male tutti noi.
E come gli italiani emigrati dell'inizio 900 lui se ne andrà su quella nave e non più su quel vascello, lasciando a casa l'amore, la Roma e il cuore, cercando futuro nell'unico luogo che forse ora glielo lascia permettere.
DD16
Daniele De Rossi
Daniele De Roma
Daniele De 'a Roma
Daniè
Daniè..caricaci ancora sulle spalle...dove il Tempo non esiste!
nella speranza vana che persone come te riCAPITERAN in FUTURO!













Capo Redattore di Sport Globetrotter. 
Ossessivo, pragmatico e compulsivo ma nella Vita preferisco improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti.
Simone Carpi





martedì 14 maggio 2019

NÈ VINCITORI, NÈ VINTI

Il dominio del calcio inglese è pressoché totale e nessuno ricorda una cosa simile nel passato. Ovviamente è un successo che parte da molto lontano, da concezioni e logiche quasi più simili alle leghe professionistiche americane che a quelle europee. Questo genere di considerazione è già stato ampiamente spiegato da quasi tutti i giornalisti italiani, mi limito solo a dire che l’equilibrio in un campionato premia nel breve e lungo periodo. Le scelte strategiche della Premier, in particolare sulla distribuzione dei diritti tv, sono state opposte a quelle italiane, dove il grande club è stato premiato a favore dei piccoli. Ne deriva che, aldilà della finale di Champions ed EL di quest’anno, la Premier è un campionato molto più divertente e spettacolare della nostra (povera) serie A. In Italia chi comanda il calcio, anziché pensare a come innovarlo e migliorarlo come prodotto, è concentrato più a proporre la famigerata Superchampions, su esclusivo invito, la domenica al posto della cara e vecchia Serie A, con tanti saluti alla sua gloriosa storia e tradizione e, permettetemi, dandola in fondo definitivamente persa e irrecuperabile.
Eppure il dibattito sportivo italiano delle ultime settimane, un po’ perché la Juve è uscita dalla Champions prima del previsto e un po’ perché la Serie A è finita a Luglio, si è spostato su la diatriba, forse eterna, tra i "risultatisti" e "belgiochisti".
In pratica, i risultatisti accusano i belgiochisti di inseguire solo lo spettacolo e di creare un calcio bello da vedere ma che non vince, al contrario i belgiochisti sostengono che chi non produce bel gioco, si difenda e spera che i singolo risolva la partita non va lontano.


Le considerazioni sono tante, che il calcio italiano sia sempre stato propenso al difensivismo è vero, e qui i risultatisti hanno ragione, ma va aggiunto che anche quando le squadre italiane, nazionale compresa, hanno raggiunto traguardi importanti, hanno comunque prodotto sempre un minimo di gioco, e qui i risultatisti duri e puri del catenaccio e contropiede cadono nel torto. Basterebbe chiudere la questione con le parole di Kloppo dopo la semifinale: ”Potevo parlare di tattica e schemi prima della partita ma, non sarebbe servito a niente, quindi ho detto alla squadra che vincere 4-0 era impossibile che le opportunità erano poche, ma che i miei ragazzi possono tutto. L'ho detto anche a loro”.
Tuttavia, guardano proprio le partite di Coppa di queste ultime settimane risulta abbastanza evidente che questa polemica tutta italiana è piuttosto sterile e non centra i veri temi da dibattere. 
Una Champions con così tanti ribaltamenti di fronte non si ricorda, Barcellona – Liverpool ha sentenziato che ci cerca possesso e pressing a tutto a campo alla lunga viene premiato, Ajax – Tottenham ha sancito l’esatto opposto, perché tanto si può dire ma il Tottenham ha in un tempo ribaltato l’Ajax con verticalizzazione e lanci lunghi per Llorrente e inserimenti di ali veloci, insomma di niente di complicato e stilisticamente bello, ma molto efficace. Un unico elemento ha unito queste partite, e in Italia nei dibattiti TV con tanto di esperti è stato sempre citato a margine, l’intensità fisica delle inglesi. 

Senza questo ingrediente né Liverpool né Tottenham avrebbero raggiunto la finale con ribaltamento del risultato. Questo è quello che manca alle italiane, dalla Juve in giù, l’unica partita giocata a ritmi degni delle inglesi, è stata Juve-Atletico, poi buio totale per tutte nessuna esclusa. Sarebbe giusto dire che si dovrebbe partire da qui, che se un City-Liverpool di Premier ha ritmi e velocità paragonabili ad Ajax-Tottenham semifinale di CL, un motivo c’è, mentre un Juve-Napoli degli ultimi anni non regge nemmeno il paragone con le ultime semifinali e finali viste. Chissà se qualcuno in Italia ci spiegherà la ricetta per recuperare terreno in questo campo? Nel frattempo noi italiani godiamoci le elucubrazioni tattiche di chi da una parte sostiene che in Europa bisogna giocare con 3 registi e chi dall’altra con 3 mediani, le finali però le giocano e le vincono gli altri, alcuni giocano con pressing, possesso e corsa a tutto campo, altri col lancio lungo e la verticalizzazione. Speriamo che prima o poi anche noi ci sveglieremo da questo lungo sonno.









Manuel Fantoni

(Pubblicista su Sport Globetrotter. Cinefilo. Amo il calcio, il basket e lo sport di movimento. Appartengo alla maggioranza silenziosa e al partito del buonsenso)

giovedì 2 maggio 2019

È TUTTO MOLTO SEMPLICE, IN ITALIA

Lo dichiaro subito, a scanso di equivoci, tolte le innumerevoli coppe e campionati vinti con Reggiana, Fiorentina e Vico Equense a Football Manager non ho mai allenato e guidato una squadra in carne ed ossa alla conquista di alcunché.
Eppure, pur non volendo passare per una sotto specie meno rock dei No Vax, in quanto voglioso di ribellarmi al potere del sapere precostituito senza avere i dovuti strumenti culturali, penso, e anche con forza, che il gioco del calcio possa essere affrontato anche da chi non ha mai messo piede in quel di Coverciano.
A parere di chi scrive è dura capire a pieno i motivi che spingano tifosi juventini a difendere il nostro attuale condottiero, le prestazioni sono indecorose da mesi, e ahinoi, vanno oltre la pessima prova contro l’Ajax.
Tolte le 2 gare contro il Manchester e il ritorno contro l’Atletico, il livello delle prestazioni della truppa bianconera è stato talmente tanto scadente da legittimare con forza gli occhi leggermente lucidi figli di qualche sbadiglio di troppo, che spesso hanno riempito le serate o i pomeriggi dei tifosi di Madama.
Pensare di incensare un allenatore capace di dare zero gioco, ad un collettivo di campioni pare essere intellettualmente poco onesto se non addirittura grottesco, in particolar modo se si pensa che l’argomento più solido della controparte è quello di aver vinto l’ennesimo tricolore, per carità, sempre ben gradito ma oramai insufficiente per colmare gli appetiti del mondo bianconero.
I motivi per cambiare poi sono svariati, la motivazione principale a detta di chi scrive è che al momento noi juventini dovremmo avere una fretta del demonio nel voler vincere la coppa dalle grandi orecchie, già perché parafrasando un vecchio motto calcistico “Del Piero (very) good, Baggio better, Ronaldo best”, (e quando mai lo rivedremo un fenomeno come il portoghese dalle parti di Torino?!) Lui e capitan Chiellini ad oggi sono decisamente i nostri giocatori più importanti e data l’età, sono oramai prossimi ai 35, è lecito credere che davanti a loro non avranno ancora molte stagioni.


E’ necessaria una decisone forte, ad oggi le possibilità che Allegri rimanga sono prossime allo zero, i nomi paiono essere oramai 2, Guardiola il sogno di molti e forse anche del Presidente Agnelli e Antonio Conte, il cui nome pare essere caldeggiato da Pavel Nedved.
Non ce ne vogliano troppo gli "allegriani", chi scrive non hai mai vinto nulla nel mondo del calcio ma è molto legato a questa massima: “Negli Stati Uniti ottenni inoltre la conferma che lo sport d’alto livello deve divertire il pubblico. L’ho sempre creduto, ma fu piacevole scoprire che nel più grande paese sportivo del mondo la pensano esattamente allo stesso modo. La gente lavora duramente tutta la settimana, e se decide di andare allo stadio, al fischio finale deve poter andare a casa felice e soddisfatta per quanto ha visto in campo. La vittoria non è tutto, conta il modo in cui si gioca durante la partita.”
Queste parole sono di un signore che la storia del calcio l’ha fatta per davvero, era olandese, di nome faceva Johan e di cognome Cruyff, speriamo che la sconfitta proprio contro il suo Ajax possa essere per noi un nuovo inizio, basato su argomenti più solidi del “se volete divertirvi andate al circo”.










Alberto "Futre" Marmiroli

Blogger di Sport Globetrotter tifoso della Juve e innamorato dalla Reggiana ha fra i suoi interessi le tematiche ambientali, i rapporti umani e la lotta alla mafia.

domenica 28 aprile 2019

IL RE È MORTO! LUNGA VITA AL RE! Lebron, la Brexit e Cristiano Ronaldo

(Dalla Rubrica "Cogito Ergo Sum")


Il Mucchio Selvaggio, di Sam Peckinpah (1969)
Ronaldo fuori dalla Champions League, LeBron fuori dai Playoff NBA, Regno Unito fuori dall'Europa.
Se questa storia fosse un film, sarebbe "Il Mucchio Selvaggio" di Sam Peckinpah, dove (riassumo all'estremo) un branco di uomini tenta disperatamente di depredare un grossa somma di denaro destinata ai ribelli.
Bene. Provate a rileggere questa sinossi un paio di volte e non ditemi che non potrebbe calzare alla perfezione per ciascuna delle tre folli, e romanticamente tristi, storie sopracitate.
Ronaldo fuori dalla Champions, e fate attenzione, non ho detto "Juventus fuori dalla Champions", perché se per taluni era già chiara ad agosto, per altri questa "sineddoche calcistica" è diventata via via più innegabile e netta nel corso degli ultimi mesi di questa stagione: Ronaldo è la Juventus o, ancora meglio, la Juventus è Ronaldo.
Il match di ritorno degli ottavi di Champions con l'Atletico di Madrid finito 3-0, è stato vinto dalla Juventus o da Ronaldo?
L'aumento di capitale in borsa della società (Società per "azioni" per alcuni, per altri "a delinquere", e fatevi una risata) è grazie alla Juventus o a Ronaldo?
Chi dimentica è complice.

Non lascio risposte, ma pongo socraticamente domande.
Un uomo, un fenomeno, un calciatore fra i primi 5 della storia del calcio, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo la coppa più ambita del mondo, con la squadra più sfortunata (solo sfortuna? lascio domande non risposte - bis) della storia. E fallisce miseramente.
Spostiamoci dall'altra parte dell'oceano: casa Lakers, invece che Sandra & Raimondo, abbiamo Raymone James e Sandra-Magic (quest'ultimo giusto l'altro giorno si è licenziato da Presidente dei Lakers, giusto per tenere alto il livello di comicità della sit-com).
Un uomo, un fenomeno, un cestista fra i primi 3 (sarebbe 2 ma ho paura dei "serpenti") della storia della pallacanestro, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo il trofeo più ambito del mondo, con la squadra più sfortunata (solo sfortuna? lascio domande non risposte - tris) della storia recente (attenzione ho detto "recente"). E fallisce miseramente.
(da sx verso dx) "Animali Fantastici & dove trovarli", "Il Braccio Violento della Legge", Lebron).
Momento momento momento (alla non Blake, ma Peter Griffin), la stagione dei Lakers e di LBJ non è paragonabile a quella della Juventus e di CR7. Sì, o meglio "Nì", come direbbe Caressa.
Ma lasciamolò lì Caressa, dato che la commedia slapstick Losangelina basta e avanza. Si era partiti ad inizio stagione con un roster che allo Staple Center di Los Angeles proiettava due film diversi: la prima parte di roster (Ball, Ingram, Kuzma) era tratta direttamente dal film "Animali fantastici e dove trovarli"  e l'altra metà direttamente da "Il Braccio violento della Legge" ovvero Stephenson, Rondo, McGee e Beasley.
Lebron nella terra di Mezzo, con l'occhio di Sauron, ovvero degli haters, pronto a incenerirlo al primo passo falso. E cosi è stato.
Passiamo alla terza e ultima storia folle, ma al tempo stesso, romanticamente triste: la Brexit.
Su questo resto leggero come la cena di dopo-pasqua, data la bulimica e massiccia overdose di informazione mass-mediatica da una parte e da quella opposta, d'analisi e "analisi" (virgolette) a riguardo.
Fermiamoci solo qualche istante prima del (loro) traguardo (se si può definire tale): una nazione da sempre ambigua nei confronti dell'Unione (no euro si sterlina, sistema metrico comodo come una forchetta per mangiare una minestra, guida a sinistra, e mi fermo qua perché sono magnanimo), ma al contempo da sempre tra i massimi paesi per prestigio, PIL ed importanza socio-culturale (leggasi voce "Beatles", "Rolling Stones", "Oasis": grazie grazie e ancora grazie).
Una nazione, un sistema di pensiero, un Paese fra i primi 10 della storia, che tenta l'impresa di vincere praticamente da solo il "trofeo" più ambito del mondo (la "Libertà" secondo loro da un sistema di Paesi), con il partito più sfortunato della storia (in una gara di sfigati Farage arriverebbe 2° perché è sfigato. Boris Johnson? Bei capelli). E fallisce miseramente.
Jeremy Corbin, leader del Partito Laburista. Idolo delle folle, anche prima di questa foto (che non è un meme).

Ride l'UE, che ora gioca al gatto col topo (giustamente).

Ride Juncker
Ride l'East Coast
Ride l'Ajax.

Ridono in molti, e piangono in altrettanti.

Dopo la tripletta all'Atletico, Caressa additava Ronaldo come "il Re" (io conosco " 'O Rey" ma direi ci siamo intesi ecco).
E il "Re" del calcio ha perso.
Lebron "The King" ha perso.
La "Regina" e la sua Nazione hanno perso.
Pensare di remare contro tutto e contro tutti, da soli, anche se si è "il più grande", non basta. Ma sopratutto non serve.
La politica, il calcio, il basket e lo Sport in generale sono l'esempio perfetto di quella dialettica delle parti tanto necessaria, quanto fondamentale per una vera vittoria (aprite a caso qualunque libro, non solo di Storia.)
Per l'uomo, sopratutto il grande Uomo, è facile cadere nel suadente fascino del Potere, del manipolare quello che alcuni fisolosofi chiamavano "Il Grande Spirito del Tempo", e di pensare di compiere "Il Miracolo". Da solo e per Lui soltanto.
Ma la Storia è più forte di lui, e a volte ce lo dice con le buone, altre con le cattive, come in questi casi.
E questo ce lo ricorda l'Africa, punto d'inizio del nostro Mondo per come lo conosciamo, punto di mezzo del nostro mondo sportivo (Francia ringrazia e saluta con la Coppa), e punto finale, del dibattito politico attuale, che tramite un antico proverbio ci dice:

"Se vuoi andare veloce, vai da solo,
se vuoi andare lontano, vai insieme."

Avanti insieme quindi, anche se il Re è morto. 

Almeno per quest'anno. 

"...il Re è morto! Lunga vita al Re!"














Simone Carpi

Redattore di Sport Globetrotter. Scienziato dei dati di professione, ma nella vita preferisco improvvisare. Preferisco conoscere i pazzi: hanno storie più interessanti. 

mercoledì 24 aprile 2019

LA CHAMPIONS NON È IMPORTANTE, È L'UNICA COSA CHE CONTA

Juve-Ajax è stato molto di più di un semplice quarto di finale di Champions League. Ha segnato un "di qua" o "di là". È stato "Risultatismo" vs "Belgioco". "Muso corto" vs "muso lungo". "300mln" vs "molto meno". E molto altro. Al tifoso juventino il colpo dell’eliminazione ha fatto molto male, era l’anno giusto, c’era il giocatore giusto, la prestazione in casa con l’Atletico era convincente. E no scusatemi ma, l’eliminazione del Napoli dall’Europa League non è né la stessa cosa né rende tutto più dolce. I media italiani erano sicuri, la Juve gioca un buon calcio e poi in Europa come in Italia conta solo il risultato e non il bel gioco. Insomma Arrigo Sacchi, che di Coppe ne ha vinte 2 consecutive (unico italiano) e lo andava dicendo da anni, lo hanno fatto passare per un Maurizio Mosca qualunque. Poi arriva puntualmente il campo e da il suo responso. 
Credo che siamo tutti d’accordo nel dire che mai come quest’anno puntava forte alla vittoria della Champions. Si è puntato su uno dei 2 numeri uno del calcio mondiale, la spesa è stata enorme. L’uscita ai quarti sancisce un fallimento colossale, che non verrà mitigato dall’ottavo scudetto consecutivo. 
La prima a farne le spese dell’arrivo di Ronaldo è stata la serie A, quest’anno mai davvero iniziata, lo scudetto era già scritto a luglio. Sarà dura spiegare a quelli del “bisogna essere grati in Italia alla Juve che ha portato Ronaldo”, la noia della serie A odierna contro l’equilibrio e il divertimento della Premier, dove pure il Leicester ha avuto la chance di vincere.
Giusto spendere due parole su ciò che è e ciò che non è l’Ajax. Qualificazione in semifinale strameritata, ma non sono la squadra di alieni che viene descritta prima e dopo la Juve. Sono la squadra che non ti aspetti, un po’ come la Roma lo scorso anno in CL. Giocano un ottimo calcio, possesso senza follie a differenza del tiki-taka, bravi a verticalizzare quando serve, pressing alto senza paura, centrocampo con privilegio della qualità sulla quantità. Gli ingredienti giusti per vincere in Europa. 3-4 giovani interessanti, De Ligt impressionante per talento e maturità, De Jong ottimo giocatore ma con un ruolo un po’ difficile da definire, Ziyech forse un po’ sopravvalutato. Credo che chi abbia scomodato paragoni con Cruyff e Michels ha senza dubbio esagerato. Anche in caso di vittoria, questo Ajax non ha rivoluzione il modo di stare in campo e giocare, come fece il calcio totale anni 70 o il Barcellona di Guardiola. Ha semplicemente giocato un calcio propositivo senza paura e ha imposto il proprio gioco. Come al solito in Italia arriviamo in ritardo su tutto, non solo non lo avevamo capito, ma avevamo elogiato il gioco opposto proposto da Allegri e sbeffeggiato chi diceva il contrario.


Alla Juve ogni anno manca sempre un qualcosa per arrivare al traguardo. Alla società non si può rimproverare molto, ha preso il più forte, poco da dire. A finire sul banco degli imputati è Allegri mezzo esonerato, stando ai giornali, in occasione dell’andato con l’Atletico, idolatrato dopo il ritorno. I nodi sono venuti al pettine, Dybala non è più forte di Messi, forse non è nemmeno adatto a una squadra di prima fascia europea. 
La serata di Torino ha sancito una bocciatura definitiva di Allegri e del suo gioco, tanto efficace in Italia quanto vecchio e superato in Europa. Il mister contro l’Ajax ha espresso tutti i suoi dogmi tattici, il terzino difensivo rispetto a quello di spinta, l’attesa nella propria metà campo dell’avversario, il contropiede e la verticalizzazione (davanti tanto ci pensa Ronaldo), la quantità alla qualità in mezzo al campo. Gli ottavi con l’Atletico avevano sancito che questo calcio non funzionava e infatti al ritorno Allegri cambiò tutto, pressing alto, intensità, gioco largo a tutto campo e fu 3-0. Sorprende che con l’Ajax ci sia stato un ritorno all’antica. Come ha giustamente ammesso Ronaldo, ci ha provato ma non può fare miracoli. Il gioco all’italiana e il “conta solo il risultato” è stato sistemato, con buona pace dei Caressa e compagni. Il gioco di Allegri non era forse così efficace e bello come ci hanno raccontato. Chissà se dopo questa debacle vincere sarà ancora l’unica cosa che conta?








Manuel Fantoni


(Pubblicista su Sport Globetrotter. Cinefilo. Amo il calcio, il basket e lo sport di movimento. Appartengo alla maggioranza silenziosa e al partito del buonsenso)

martedì 23 aprile 2019

"LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO": a Spurs' Story

Llorente esulta assieme al coach Pochettino, in seguito al gol decisivo nella partita col Manchester City.


La recente qualificazione del Tottenham in semifinale non è dovuta al caso, bensì ha diverse ragioni: l'allenatore, la graduale crescita di un gruppo che gioca insieme da anni e un gioco definito e ben eseguito che ha permesso agli Spurs di duellare ad armi pari con un top club come il City. Mauricio Pochettino è arrivato a Londra nel 2014 e ora sta raccogliendo i frutti del suo lavoro, a seguito di una programmazione mirata e concretizzata su una base di giocatori giovani, duttili e dal potenziale (Alli, Eriksen, Trippier, Rose, Kane) affiancati ai più esperti Lloris, Vertonghen, Alderweireld, Lucas, Aurier ecc...
Questo mix ha consentito al tecnico argentino di mettere in pratica il suo piano tecnico accumulando ottimi risultati in Premier League (5°posto nel 2015, 3° posto nel 2016, 2° posto nel 2017, 3° posto nel 2018) e di migliorare decisamente il percorso europeo, riportando il club in una semifinale di Coppa dopo 57 anni.

Sicuramente oggi la presenza di tanti nazionali diversi da al Tottenham la possibilità di variare moduli e schemi, dando a Pochettino modo di gestire tutte le competizioni nel modo più appropriato. Il filo conduttore innestato dai primi tempi del suo mandato riguarda il possesso palla veloce alla ricerca della profondità per gli attaccanti, i quali però sono anche in grado di gestire e passare la palla coi tempi giusti e questo crea spazio per centrocampisti o ali e terzini di fascia in fase di finalizzazione.
Possiamo dire che il doppio confronto col City in Champions è stato il manifesto della crescita degli Spurs su alti livelli, mai prima d'ora i londinesi avevano esibito una maturità, una capacità di gestire assenze ( vedi Kane al ritorno) e pressioni psicologiche unite a velocità di palleggio. Altrettanto si può dire che questo traguardo è figlio di un consolidamento di un progetto che anno dopo anno ha dato segnali importanti e ora sarà di sicuro interesse la sfida con l'Ajax, un’altra mina vagante del calcio europeo nel 2019.
Il Tottenham arriva a questo punto con grande fiducia nei propri mezzi, forte di aver superato il Borussia Dortmund e Manchester City  forte delle proprie individualità e delle tappe che ne ha contraddistinto il cammino in questi ultimi anni. 

Di certo in questo caso si fa fatica a parlare di improvvisazione, ma piuttosto di un’idea di costruzione di un team, non tanto basata su acquisti milionari, quanto della valorizzazione di ragazzi che tecnicamente, tatticamente e caratterialmente seguissero una linea comune.
L’esempio lampante della chiarezza di intenti e della fiducia della dirigenza nello staff e nella rosa è stata la voce ZERO euro sugli investimenti nel calciomercato 2018, una rarità nel mondo del football di oggi.
In un mondo dove tutto ha un prezzo, e il prezzo è caro, fa sorridere e sognare vedere il mito della classe operaia  sportiva mettere la freccia e superare la "Città di Manchester" e anche sì, la Vecchia Signora.
Buon proseguimento a Spurs & "compagni" quindi.










Davide Farri

(Blogger di Sport Globetrotter. Appassionato di fotografia, comunicazione digitale e sport, soprattutto calcio internazionale.)