È
inutile raccontare cosa sia avvenuto la notte del 3 maggio allo stadio Olimpico
di Roma, perché in tanti l’hanno fatto o lo stanno facendo. Mi limito a fare le
amare considerazioni del caso.
La
prima riguarda il coro che a gran voce si è levato nell’immediato post-partita
della finale di Coppa Italia, in altre parole che sono fatti che non
appartengono al calcio. Fermi tutti. Quanto visto sabato sera con il calcio
c’entra eccome, le curve in Italia comandano, hanno grande potere, partecipano
alle decisioni societarie e soprattutto da quest’ultime sono spesso
sovvenzionate. Il tanto citato Genny ‘a Carogna non è una anomalia del nostro
calcio ma, purtroppo, è la regola e di Genny ne possiamo trovare uno in ogni
curva. Come sempre poi la risposta della politica è degna delle peggio comiche,
tra chi invoca daspo a vita e le solite pene esemplari quando invece basterebbe
applicare alla lettera leggi che già ci sono. Non scordiamo che fu la stessa politica,
all’indomani della morte dell’ispettore Raciti, a varare una serie di norme,
tra cui i daspo, tessera del tifoso, tornelli, stewards e chi più ne ha più ne
metta, che ci dimostrano ogni giorno quanto poco funzionano, visto che non era
certamente la prima volta, sabato scorso, che si assisteva a lancio di bengala
e bombe carta in uno stadio.
Quello
che possiamo constatare è che in questi giorni si è celebrato il funerale del
calcio italiano, in declino già da diversi anni per carità, come lo è del resto
l’Italia intera. Il requiem è inizato giovedì notte con il sorpasso del
Portogallo sull’Italia nel ranking UEFA e si è concluso (speriamo) sabato notte
con una finale di Coppa Italia dimenticabile.
Può
essere facile retorica, ma lo specchio del paese è davvero il calcio, anzi la
finale di Coppa Italia, il caos e mancanza di ordine, la classe dirigente, che
assiste dalla tribuna d’onore, imperturbabile ed infine vedetela voi come
volete il capo ultrà che decide o che viene informato della situazione. La
sostanza delle cose cambia poco poiché il confine tra chiedere il permesso di
giocare/trattare o informare sulla situazione del tifoso ferito, rimane molto
sottile e soprattutto non lo si vedrà mai in nessun paese civile. Così come non
si è mai visto uno stadio intero che fischia il proprio inno nazionale.
Cosa
succederà domani? Se fossimo un Paese serio, di fronte a un problema si cerca
una soluzione rapida ed efficace per risolverla, ma purtroppo non lo siamo e
quindi finirà a tarallucci e vino come sempre, con i soliti strilli e urla d’indignazione
e un nuovo pacchetto di leggi severissime che nessuno farà o sarà in grado di
far rispettare ai facinorosi.
Che
altro dire? chiudiamo settori dello stadio per presunti cori di discriminazione
raziale (qual è il confine tra sfottò e discriminazione?) ma, non siamo capaci
di fare rispettare la legge nelle curve, che diventano zona franca dove tutto è
permesso. Non mi spaventano gli ultras, mi spaventa più la classe dirigente e
chi dovrà prendere decisioni, oggi il problema sono gli ultras, domani chi
sarà? Nel frattempo scendono i titoli di coda, mentre il resto del mondo
continua ad andare avanti.
Vinci. Italia. 1490: Il genio Leonardo Da Vinci
disegna “l’uomo vitruviano”, sintesi della rappresentazione “divinamente umana”
del corpo, nella sua più ideale proporzionalità, ridefinendo il concetto di
proporzioni umane. Röcken. Germania. 1890: Il filosofo Friedrich Willhelm
Nietzsche introduce il concetto di Über-Mensch, ovvero di “Oltreuomo”. Inteso
come uomo che si eleva, per la sua genialità, al di sopra della media comune,
superando il nichilismo passivo che aveva pervaso l’umanità, ridefinendo il
concetto di uomo.
Houston. USA. 2009: il giocatore di pallacanestro
denominato “T-Mac”, al secolo Tracy McGrady, con la sua squadra sotto di 8,
segna 13 punti nei 35 secondi finali contro i San Antonio Spurs, ridefinendo il
concetto di prestazione sportiva umana.
Ecco. Se fossimo davanti ad un tribunale, nella
causa “Lo Stato della Pallacanestro contro Tracy Lamar McGrady Jr. per mancata
eccellenza sportiva in merito”, io, in quanto avvocato della difesa la
sbrigherei molto velocemente: ipad, youtube, scrivo “13 secondi 35 punti”.
Senza neanche mettere il nome. Primo link che viene fuori. Lo faccio vedere a
Giudice e Giuria. Sbam. Fine. Gioco, partita, incontro: e la causa è vinta.
Invece no. Perché non bisogna fermarsi alle apparenze.
Per conoscere davvero una figura complessa e atleticamente schizofrenica, come
quella di Tracy McGrady, non basta “vederla”. Occorre oltrepassarla.
La storia di
Tracy McGrady è assurda. Non nel senso che accadono cose incredibili, in quanto non umanatemene
concepibili (13 punti 35 secondi lasciamolo dove deve stare, cioè
nell’Iperuranio della Pallacanestro, per ora). Ma nel senso che vi sono cosi
tante contraddizioni di forma, di logica, duplici realtà quasi parallele, al
punto tale, da essere insensate. E quindi assurde.
Tralasciamo la biografia accademica (solita regola
del “cerca su Wikipedia”), e poniamo la nostra lente di ingrandimento su
qualche goccia della sua storia.
Draft
1997, first pick, Tim Duncan. E qua mi lascerò ad un laconico commento: troppo facile.
Arriviamo alla nona. Eccolo Tracy, piacere questa è
Toronto. Piacere mi chiamo Darrell Walker, sono il Coach dei Raptors, e
quest’anno giocherai, in media, 13 minuti a partita. "Gran Ladr. pezz di
merd,Figlio di Putt,Gran Farabutt Ladr Matricolat Paracul", avrà pensato
Fantozzianamente il povero Mc Grady, un anno dopo.
Inizio col diesel. Ma col passare degli anni in
Canada aumenta il suo minutaggio, di pari passo con la consapevolezza del Dono
che gli è stato dato.
Anno 2000: la svolta. Passa ad Orlando, che intanto
vuol dire America (e non giocare le partite in “provincia”), ma soprattutto Florida,
Home sweet home. Ma soprattutto
maglia #1. In onore di Penny Hardaway, suo idolo sportivo. Quando indossi la
maglia del tuo eroe sportivo di riferimento, senti un peso sulle spalle, ma
anche un onere da offrire in sacrificio agli Dei dello Sport. Ed ecco che nel
2001 Tracy Mc Grady vince il MIP (Most Improved Player), 22 anni. Not bad. E
non solo. Il 2002 è l’anno della sua prima presenza nell’All Star Game, partita
East vs west Conference. Dice “presente” all’appello con una “cosuccia” che
riporterò più avanti. L’anno dopo Coach Larry Brown, da volpone gli fa: “we
Tracy, anche quest’anno prendi parte anche alla partita East contro West, ma
con il quintetto di quest’anno, non so se riuscirai a fare quella “cosuccia”
dell’anno scorso”. Dico i “compagni” (virgolettati perché vanno ben oltre
queste pagine) così velocemente e indolore: Dikembe Mutombo, Vince Carter,
Antonio Davis, e Allen Iversion. Letteralmente un’overdose di talento dell’Est.
Un attimo. Mi devo riprendere.
Quel numero 1 inizia a pesare sulla maglia di
T-Mac, lui forse ancora non ne se rende conto, e forse non si rende ancora
conto di possedere nel proprio corpo sportivo la sintesi tecnica di Kobe
Bryant, e quella fisica di Lebron James. Non l’ho detto io, e non sto
assolutamente esagerando.
Lui e Grant Hill formano la coppia di punta dei
Magic e quando il secondo si infortuna, Tracy si toglie la maglia, guarda il
numero cucito dietro e poi alza gli occhi verso il cielo: 32.1 punti a partita
media stagionale. Miglior realizzatore della lega nell’anno 2003. Poi ci prende
gusto, quindi aggiungiamo anche 2004.
Se questa storia fosse un romanzo di formazione, ciò
raccontato fin ora, sarebbe riassunto in un capitolo che si intitolerebbe “Responsibility,
Part I”.
Però è come il Padrino, ci sono tre parti.
La seconda parte, così come il secondo film di
Brian De Palma, è la più “lugubre”. Negli isolamenti, in campo aperto, in
marcatura, in percentuale di tiro, Tracy ha pochi eguali. Sanno e sà di essere
uno dei più forti della lega. “He has a gift” dice sua madre. Ma non lo dice
solo lei che è “di parte”. Lo dicono i fans del basketball, lo dicono coloro
che hanno la vista funzionante. Quando la grandezza è semplice da cogliere. Ciò
nonostante vi è un problema: nessuna delle squadre in cui ha militato ha mai
raggiunto il primo turno dei play-off.
Qua si riapre il tribunale citato all’inizio.
“Stato della Pallacanestro contro Tracy McGrady: il soggetto non è un
vincente”.”
La difesa afferma: “La colpa è degli infortuni”.
Vero. Troppi, logoranti, e soprattutto continui e martellanti. Quando a un
giocatore professionista è richiesto di disputare 80 partite (playoff escusi)
nel giro di 6 mesi, il suo fisico deve essere come la Ferrari 312 B3-74 quando,
nel film Rush, si vede Niki Lauda che ci lavora di tutta la notte col suo team
fino all’alba. Ovvero? Un marchingegno perfetto, veloce e potente, realizzatosi
dopo una lunga serie di sacrifici e allenamenti. E Tracy ha le potenzialità per
essere quella Ferrari. Ma gli infortuni lo condizionano. Soprattutto
psicologicamente. “Gli esseri umani sono divisi in due: mente e corpo. La mente
abbraccia tutte le più nobili aspirazioni: come poesia, filosofia... Ma chi si
diverte è il corpo.” diceva Woody Allen in Amore e Guerra (1975). E il corpo di
T-Mac non si diverte come vorrebbe, perché non può.
L’accusa allora ribatte: “Non è solo colpa degli
infortuni! Gli manca la mentalità giusta per vincere”: anche questo è vero.
Quando dico che spesso gli americani raramente
sbagliano quando danno i soprannomi ai propri giocatori di basket, eccone un
altro per Tracy: “The Big Sleep”. Quanta verità. Il grande sonno, il grande
dormiente. Sia per una peculiarità fisica sul viso che lo faceva sembrare
sempre in uno stato di catalessi mista a narcolessia (tipo Pirlo per intenderci).
Sia e soprattutto, per via della sua incapacità di svegliarsi nei momenti che
contano, nei secondi finali di gara 7 playoff che decidono la stagione di una
franchigia… e la carriera di un giocatore.
Ora dirò una frase fatta che non amo
particolarmente, ma è d’obbligo: ai posteri l’ardua sentenza.
Fine capitolo “Responsibility, Part II”.
E si arriva al terzo capitolo della saga. Cosi come
passano 16 anni dal secondo al terzo film su Don Vito Corleone, anche qua
passano gli anni e le squadre per Tracy: New York, Detroit, Atlanta, ed infine
prende l’Orient Express. Direzione Cina: Qingdao DoubleStar.
“Responsibility, Part III” tira un po’ le fila della
sua carriera. Ripeto il solito discorso: se stessi parlando di un vincente, di
uno che ha riempito le pagine dei rotocalchi per imprese dentro e fuori dal
campo, di una persona che ha vinto tutto alla MJ, alla Messi, allora non ne
avrei parlato in questa rubrica.
Tracy è un grande perdente. Grande non perché ha
perso tanto (visto che ha avuto nemmeno questa possibilità, fermandosi prima).
Grande perché è il più grande esempio di potenzialità non avveratasi, una
grandissima bomba atomica inesplosa (al confronto sportivo complementare, Pato
è da considerarsi una miccia)
Riprendiamo
la lente d’ingrandimento, e andiamo a vedere nel dettaglio due particolari
cavetti, che se inseriti correttamente nel marchingegno chiamato Tracy Mc
Grady, avrebbero fatto esplodere tutto.
Cavo Rosso. All
Star Game 2002, East vs West: “la cosuccia”. Sarò molto breve nel commentare ciò che tra
poco vedrete. Non serve molto da aggiungere. Al Genio basta mostrarsi
nell’attimo non nella totalità della sua esistenza (Hendrix ha vissuto 27 anni).
Per aprire il vaso di Pandora di T-Mac basta vedere questo video.
Avevo aperto l’articolo con Leonardo Da Vinci,
l’inventore?
Ecco un altro scienziato del gioco (come direbbe
Buffa), ed ecco cosa ha inventato, cosi, dal nulla. “The remix”. Occhio alla
scossa.
(All Star Game 2002. Tracy Mc Grady compie il "Remix" per la prima volta)
Dopo Leonardo e Nietzsche, spostiamoci dove vi
avevo anticipato.
Questa volta prendo il cavo bianco. Houston. 9 dicembre 2009. Toyota Center.
Anche qua cosa bisogna aggiungere, se non rischiare
di sentirti profani? Se non rischiare di sentirsi come colui il quale goliardicamente
schiaccia a caso una nota del pianoforte, finita una interpretazione di una
sinfonia di Mozart. Sacrilego. Quindi servono solo tre cose prima di vedere
questo filmato: alzare il volume dell’audio, prendere un maglione per evitare
l’effetto pelle d’oca (anche se farà poco) e la più importante: contemplare in
religioso silenzio.
(Houston vs Spurs. Poi arriva T-Mac)
Pausa scenica.
Dopo la triade 2002-2003-2004 infarcita da
riconoscimenti, successi, e grandi prestazioni tributate al Dio del Basket, il
grande Dormiente Tracy Mc Grady, ha decido di non risvegliarsi più.
Come in tutte le grandi storie della vita c’è
sempre un particolare che ci affascina e avvalora ulteriormente il significato
di ciò che stiamo vivendo e del motivo per cui siamo dove siamo in quel preciso
istante. L’ultima squadra in cui Tracy mette piede, sono proprio gli ultimi che
si aspetterebbe (dopo averli letteralmente umiliati poco sopra, qualche anno
prima) i San Antonio Spurs. Anche qua un gesto nobile: ingaggiato per disputare
i Playoff, 6 incontri.
26 agosto 2013, “The Big Sleep” annuncia
ufficialmente il suo ritiro dalla attività cestistica NBA. Come direbbero i Doors:
This is the end.
Quando vedi certe cose, alle quali raramente puoi
credere, che stravolgono l’ordinario rimettendo in discussione tutto…non c’è
niente da fare, se non rendersi conto della fortuna di essere stati partecipi a
quell’evento.
T-Mac, quando il fisico gliel’ha concesso, ha
rimesso in discussione il concetto di Pallacanestro. Ridefinendolo.
In quella fredda sera di dicembre del 2009, il
tifoso con il tasca il biglietto marcato Toyota Center tornò poi a casa. E ciò
che dopo accadde, non è frutto della mia immaginazione. Nel bel mezzo della
notte si svegliò di soprassalto, sudato e febbricitante. E si chiese se quello
che aveva visto qualche ora prima era sogno o realtà, visione, delirio o
immaginazione. Allora all’improvviso dentro di sè si alzò il suo Spirito, che
passeggiando con calma olimpica si posò sul suo orecchio ancora sudato, e
sussurando gli disse queste cinque semplici parole:
C’è
un teorema molto preciso che i media italiani ci propongono ogni 2 per 3: senza
stadio di proprietà ci sono meno ricavi, meno ricavi vuol dire meno soldi da
investire, senza grandi investimenti non si vince. Esempi? Bayern, qualsiasi
squadra inglese, Real Madrid, Barcellona etc..
Può
essere vero, tuttavia negli ultimi anni si affermano esempi che sono tutto
l’opposto di questo teorema e per notarlo basta guardare le top 4 della
Champions League degli ultimi due anni, oltre ai soliti Real Madrid, Barcellona
e Bayern, compaiono Atletico Madrid e Borussia Dortmund.
I
primi 3 sono i modelli a cui, a quanto ci viene raccontato, dovrebbero aspirare
le grandi squadre italiane, incassare il più possibile in modo da poter
spendere tanto sia per essere il linea con il grande bluff del fairplay
finanziario della UEFA, sia perché, visti i tempi che corrono nel nostro paese,
la proprietà di una squadra non ha costi da ripianare ogni anno, come è
avvenuto da quando è comparso il professionismo.
Attenzione
le obiezioni potrebbero essere tante, per esempio, nessuno dice mai che i tanto
ammirati club inglesi, a parte quelli che sono di proprietà di emiri ed
oligarchi con illimitate possibilità economiche, sono altamente indebitati,
molto più dei club italiani. Secondo, nessuno racconta mai che dietro alla
costruzione di stadi di proprietà in Italia, c’è il grande business della
speculazione edilizia, oltre al solito centro commerciale dentro lo stadio ci
sono anche terreni intorno ad esso diventati edificabili, ma questo è un
capitolo a parte.
Atletico
Madrid e Borussia sono le due confutazioni sul piano sportivo che non è vero
che per arrivare lontano si debba por forza spendere tanto. L’Atletico è l’esempio
lampante: ha uno stadio vecchio, ha una situazione finanziaria non proprio
rosea, i suoi migliori elementi ogni anno sono venduti a grandi club, si veda
Torres, Villa e Falcao, ha sfidato e sconfitto il Barcellona con Tiago e Diego
(che forse i tifosi juventini ricordano), non fa follie di mercato per
costruire squadroni, eppure è lì in semifinale. Il Borussia Dortmund ha una
storia molto simile, se non altro che negli ultimi anni sia addirittura riuscito
a vincere qualche campionato ai danni della superpotenza Bayern.
Siamo
ancora così certi che per arrivare lontano in Champions League serva stadio di
proprietà e una squadra di top player? O forse saper fare di necessità virtù è
il vero segreto per essere vincenti?
Forse alcuni di voi non hanno mai sentito la parola "tanking": con questo termine si indicano le squadre NBA che verso fine anno tirano i remi in barca (eufemismo) per cercare di avere una migliore scelta al draft. Oggi credo che ci sia una squadra che e` andata oltre facendone un'arte. Sto parlando degli insuperabili e immarcescibili Philadelphia 76ers! Qui credo che siamo andati oltre a tutte le più rosee aspettative, sono riusciti a perdere 26 gare di fila e il tassametro corre.
Giusto per darvi un' idea questo e` il loro roster attuale.
Dirsi imbarazzante e` dirsi poco, con un roster di questo tipo non si riuscirebbero a fare le top 16 di Euroleague! Addirittura Casper Ware (chi?) e` riuscito a strappare un decadale; e se vistate chiedendo: ma io questo l'ho già sentito...si e` esattamente quello che pensate sia: il bollito e scarsissimo giocatore che i tifosi italiani hanno ammirato in maglia Virtus.
Recentemente ho assistito alla partita Phila- Utah (lo so, mi voglio male) una partita abbastanza
combattuta tra due squadre non irresistibili.
Palazzetto semi vuoto con non più` di 10000 persone, delle quali molte scolaresche.
La partita e` stata anche abbastanza gradevole, la tipica partita di stagione NBA, con i primi due quarti andati via velocemente e con difese quasi inesistenti, mentre nell' ultimo quarto si e` vista un po' di difesa ed infatti i Jazz hanno preso il largo vincendo abbastanza agevolmente.
Ero curioso di vedere Carter Williams che sara` il rookie of the year. Beh diciamo che non ha giocato la migliore partita della stagione, sembrava un po' lobotomizzato in un ambiente surreale dove gli unici momenti in cui il pubblico si e` esaltato e` per il lancio di merchandising da parte della mascotte dei Sixers... Per carità questa e` la fine della stagione NBA di una squadra senza nulla da chiedere alla propria stagione, pero` c'e` un limite al tutto. Credo che se il tuo miglior giocatore sia Carter Williams e che Tony Wroten sia il tuo "go to guy" in grado di "trascinarti" con un trentello ci siano alcune cose da rivedere. La cosa buona e` che del roster visto quest'anno ne rimarranno ben pochi pero` resta il fatto che per una stagione intera l' NBA abbia dovuto vedere e sopportare questo scempio.
Ci sono anche altre squadre che fanno tanking: i Bucks i Lakers o i Kings; pero` almeno queste squadre un minimo di impegno lo mettono e qualche partita, poche, la portino anche a casa. Philadelphia ha gettato la maschera quando ha rilasciato Eric Maynor, sicuramente non un fenomeno, ma comunque il loro migliore panchinaro. In questo modo il GM dei Sixers ha deciso di perderle tutte per provare ad avere il numero maggiore possibile di palline nella lottery per il draft. Il sogno neanche tanto velato si chiama Andrew Wiggins o Joel Embiid, rispettivamente SF e C di Kansas, grandi prospetti, ma assolutamente da testare al piano di sopra.
In sostanza: credo che operare come stanno facendo i Sixers non porti a buone cose nel lungo periodo. Per prima cosa i vertici della NBA non stanno vedendo di buon occhio questo tipo di atteggiamento e in un modo o nell'altro la faranno pagare. Non sarei affatto sorgere se Philadelphia invece di avere la chiamata numero 1 avesse la 3 o la 4 al prossimo draft. Come seconda cosa il pubblico si e` disaffezionato e per poterlo rivedere ancora in massa al palazzo ce ne vorrà di tempo e di pazienza.
Da ultimo il roster e` stato azzerato, e` vero, ci sono ottimi free agent, ma quanti ne puoi firmare? due, forse tre buoni giocatori (non super star) e poi? In squadra rimarranno Carter Williams, a mio avviso da rivedere il prossimo anno, Noel che ha giocato la bellezza di 0 minuti NBA quest'anno e Young, discreto panchinaro NBA. Insomma anche per il prossimo anno la vedo dura...
Invece, secondo me, quello che stanno facendo altre squadre come i Kings o anche come i Pelicans e` molto più` onorevole e logico. Anche queste franchige stanno applicando la nobile arte del tanking, nella quale i Clippers sono stati maestri incontrastati per anni, pero` lo stanno facendo con parsimonia mollando totalmente contro squadre come Spurs o Heat, ma provandoci e lottando con squadre di media-bassa classifica. Inoltre sono tutte squadre con buoni prospetti come Anthony Davis o DeMarcus Cousins, giocatori in grado di dare un futuro alle proprie squadre.
Un consiglio: se avete la possibilita` guardatevi e registratevi una partita di questi 76ers in quanto di gran lunga la peggior squadra della storia di tutta la NBA! Una squadra dei record che entrerà nella storia come squadra di assoluto culto.
Go Sixers Go! le 30 sconfitte consecutive sono alla vostra portata!
“Another great play by White Chocolate ladies and Gentleman!”.
“What – a – pass! He know when trilling the game!”
“J-Will from downtown….got it!”
12
febbraio 2000. Oakland Arena. All star week-end. Rookie Game.
Tutto
va come deve andare. That’s entertainment.
Ma poi accade l’inaspettato, molte persone non se ne accorgono nemmeno, ma
iniziano a capire che è successo qualcosa quando vedono i vicini di posto
attenti che iniziano a saltare sul posto e ad urlare. Cose del genere posso
anche accadere nello spettacolo dell’All Star Game (fra l’altro quello in cui
nello Slam Dunk Contest, Reverendo
Vincer Carter affisse le sue personali 95 tesi sancite con un “it’s over!”), ma
mai vista una roba simile, un fulmine a ciel sereno. Scena aperta di applausi.
Tutti
per lui, per White Chocolate: l’insostenibile
leggerezza dell’essere (la pallacanestro).
(ecco il video del famoso "elbow-pass")
Mettiamola
cosi: il razzismo è una cosa strana. In America ogni cosa è elevata all'ennesima potenza portando tutto ciò su cui si posa la lente d’ingrandimento del mondo o
alle stelle (della bandiera) o alle stalle, ed essendo la nazione più dominante
del mondo (Cina? shh…) tutto deve prima o poi affrontare l’immaginario della
nazione di Uncle Sam. Stavamo
dicendo? Si il razzismo è una cosa strana, soprattutto negli U.S.A.
Per
quanto riguarda il nigga, ovvero il
“negro”, la società “bianca” americana del dopoguerra non ci ha pensato due
volte ad abbattere i suoi diritti civili, e ad emanciparlo in ogni contesto
sociale, costruendogli ergo una vita non molto facile da affrontare, per le
generazioni future post Marti Luther King. Big
Mamas nel Bronx con cinque figli e il marito alcolista in gabbia, a
crescere la famiglia per dare un "Futuro" ai propri figli. Il basket è stato il futuro della generazione nera americana.
Soprattutto per levarli dalla strada, dalla droga e dalle armi (sebbene qualche
“esemplare” s’è le è portate dietro pure in NBA, vedi voce “Gilbert Arenas”).
Più predisposti atleticamente e fisicamente alla disciplina di Naismith (e non
solo), a poco a poco, nel corso dei decenni, il basketball player nero è
passato da diventare una rarità, ad una cosa normale, fino ad essere
imprescindibile.
“Glory
Road” (2006, James Gartner) è un film che straconsiglio a tutti e in
particolare a chi come me soffre di NBA
disease, vista la lucida lettura da parte del regista nel far vedere (è una storia vera) quel
mondo americano anni 50 scontrarsi contro l’alba del futuro dominio black nella lega di basket più
importante del mondo.
Ma
torniamo ad Oakland, e alla folla euforica e concentriamoci su uno dei più bei
nicknames della storia dell’ NBA, ovvero “White
Chocolate“.
Un
ossimoro geniale. Un accostamento della parola “chocolate”, ovvero “cioccolato” quindi riferito al nero di pelle,
con “white” ovvero “bianco”, quasi
come se fosse una cosa strana o perlomeno peculiare. J-Will, J-Dub, Whiteboy, tutti soprannomi (tatuati fisicamente e
non solo) nella persona di Jason Chandler Williams, ma White Chocolate resta il suo e, plebiscitariamente di tutti, il
preferito di sempre.
Marshall
University, NCAA, college Americano. Jason
combina 13.4 p. e 6.4 a. nel suo anno da freshmen. Not Bad. Qualche anno dopo passa
ai Florida Gators, e dopo una serie di sfortunati eventi (diciamo che flirta
mica male con la signorina Maria) è pronto per il Draft del 1998, pick #7. Approda
ai Sacramento Kings. Due anni dopo da freshmen
della lega gioca la partita riservata al “novizi” del gioco all’All Star Game
del 2000. La reazione della folla la conoscete già. Ma
è proprio nel suo anno da rookie nella franchigia capitanata da C-Web Chris Webber, che Stephanie
Shepard, addetta all’ufficio stampa dei Kings, questa trovata tanto geniale
quanto vera nella sua descrizione.
“The way he does things with the ball is incredible to me. It reminds me of, like, schoolyard street ball.” afferma ai giornali al momento della J-Will Mania. Ma prima di parlare di quest'ultima, vi spiego il perché dell’ossimoro geniale: partendo dal presupposto che non si può criticare ne tanto meno parlare di un pittore, se non si è mai visto un suo quadro, ecco lo stesso discorso (non a caso) vale anche per Jason Williams. Le sue giocate appunto da street basket, fanno parte del dna nigga della serie quartiere Harlem, joint in tasca, palla in una mano e revolver nell’altra, tanto per usare un luogo comune “alla Spike Lee” molto chiaro.
E' estroso, è tracontante, a volte esagerato, spesso visto come "fuori luogo" dal playmaker vecchia scuola (mister "capelli alla ricky cunningham" passaggio solo due mani petto, per usare un'esempio classico da praticanti della disciplina), perchè porta la filosofia nera della pallacanestro nella filosofia bianca. E' uno sgarbo, è blasfemia sportiva, è un insulto. Invece no. E la cosa funziona pure. Parecchio.
Assist no look belli quanto impensabili, giocate di pura avanguardia intellettuale di lettura di gioco, shake n’ bake spiazzanti, crossover come fossero fragole, triple senza ritmo dove l’unico rumore che si poteva udire al momento del rilascio della palla era l’orgasmico “ciuff” della retina. Grandissimo genio ma anche grandissima dose di follia iniettata nelle sue vene: Jason Williams rappresenta al meglio l’insostenibile leggerezza dell’essere la pallacanestro. La giocata che lo fa entrare nella top10 assist della stagione, seguita da una palla persa che fa fare il canestro del +8 agli avversari. Aprire una gara delle Finals 2006 con Miami in contropiede campo aperto, con palleggio arresto e tiro da tre senza neanche pensarci su. Il diavolo in panchina, Pat Riley, sguardo glaciale e imprecazioni al cielo. Ma deve arrendersi. Solo retina. Un’altra volta. La gente lo ama, lo idolatra. Il suo stile di gioco porta il videogame nella realtà , lo spettacolo nello spettacolo, la sorpresa nell'abitudine. Basta qualche mese a Sacramento, dove Jason fa il playmaker che inventa e diverte con uno stile che Bob Cousy vedendolo da lassù avrà sicuramente sorriso. Impazza la J-Will fever. La maglia di Sacramento #55 è tra le più vendute del sito NBA. La copertina di Sport Illustrated (il Vaticano dello sport americano) scrive in copertina “The greatest show on court” e ci sbatte sopra Jwill C-web e soci. Jason gioca spettacolosamente ma con garbo tattico e i Kings concludono la stagione 2001 con 55-27 finendo secondo nella Pacific Division. La gente è tutta per White Chocolate, amici e nemici assieme pronti a gustarsi la prossima folle invenzione del ragazzo di Belle - West Virginia. I paragoni, che in America sono sempre comunque più oculati e meno prematuri rispetto a ciò che siamo abituati a sentire in italia nel calcio, parlano chiaro: “Pistol Pete is alive! #55” è uno dei più cartelloni ricorrenti fra gli spalti (come se Gabbiadini della Sampdoria, venisse appellato come “il nuovo Roberto Baggio”). Altro mondo
(Uno dei più famosi cartelli che la gente faceva in onore di J-Will)
Jason Williams è indiscutibilmente un genio e innovatore del gioco. Ma si sa, dove Dio dà, deve anche poi togliere. E il buon Giasone ha varie mancanze: spesso disciplinari (l’eterno amore per Maria), e anche “accademiche” (sempre tanto malvisto dai rosiconi play bacchettoni bianchi). L’anno successivo alla copertina di Sport Illustrated Sacramento lo rimpiazza con un playmaker più ordinario, monotono ma anche più regolare: Mike Bibby.
(Copertina Sport Illustrated)
Come tutti i romanzi che parlano di grandi ed eclettici personaggi, si arriva ad una tensione narrativa tale che l’eroe inizia a decadere, frutto il corso della vita e spesso la sua stessa natura contradditoria. “Chi tende continuamente verso l’alto deve aspettarsi prima o poi d’essere colto dalla vertigine”. scrive Milan Kundera ne ’”L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Lo stesso accade a Jason. Sacramento, poi Memphis, Miami, poi Orlando e ancora Memphis. E poi il ritiro. Il punto di picco massimo come referenza sportiva lo acquisisce nel 2006 con gli Heat vincendo l’anello (accompagnato da due “giovinotti discreti” come Alonzo Mouring e Shaquille O’Neal), poi per il resto una lenta e inesorabile discesa. Qualche giocata assurda non mancava mai, ma il minutaggio era sempre limitato, e il peso della vita verteva sempre più spesso sulla sua schiena e sulle sue ginocchia. Non credo che Jason Williams andrà nella Hall of Fame. E non avrei avuto bisogno di inaugurare questa rubrica parlando di lui, se un giorno sarà riconosciuto nell’albo a fianco di Oscar Robertson, Bob Cousy e Pete Maravich. Non penso serva un riconoscimento ufficiale per chi come lui, ha entusiasmato con le sue giocate milioni di persone, e fatto nascere nel sottoscritto il desiderio di vedere prima e provare poi, la pallacanestro. Non è roba da poco penso fra me e me. Questo è il mio, seppur marginale, modo per dirgli grazie. Grazie Jason per avermi entusiasmato ad ogni tua giocata e aver cambiato il mondo sportivo in cui hai vissuto. Chissà se, quando andrai in pensione, sarai ancora in grado di fare un assist no look dei tuoi, magari quando a tavola l’anziano compagno a tavola chiederà il sale. Io credo di si. E anche lui.
(Un video con gli highlights della fantastica carriera di Jason Williams)
El
clasico è finito da poche ore e ha sancito la vittoria del Barcellona
nonostante un ottimo Real Madrid. Ci vorrebbe un articolo intero se non un
libro, dedicato totalmente a questa partita che non è solo lo scontro, nel 99%
dei casi, tra la prima e la seconda in classifica della Liga, nonché tra i due
club più titolati di Spagna, ma è anche lo scontro tra due culture: quella
catalana e quella castillana, da sempre rivali nello sport come nella politica.
Quest’anno c’è stata anche un po’ di Italia in questa partita, perché
l’allenatore del Real è Carletto Ancelotti, quello che a mio modestissimo
parere è il miglior allenatore italiano del momento.
Carletto
nelle scorse settimane si era guadagnato grandi elogi dalla stampa spagnola e
non, per il bel gioco correlato da ottimi risultati del suo Madrid, sembra di
secoli fa le accuse ad Ancelotti di avere impostato un gioco troppo
difensivista e di avere voluto uno staff troppo numeroso al suo seguito nella
avventura madrilena. Carletto, si sa, è un uomo di calcio troppo navigato per
controbattere a queste insinuazioni, ha lascito correre e ha preso tempo per
dimostrare che il suo Real sa essere squadra di attacco e che i risultati, come
ha predicato dal suo insediamento, sarebbe presto arrivati. A poco a poco ha rosicchiato via i punti di svantaggio
che lo dividevano dal duo di testa ed è arrivato a inserirsi prepotentemente
nella lotta per il titolo. In Champions è stata tutta un’altra storia con il Real
che ha fatto da padrone nella fase a giorni e che ha spazzato via agli ottavi
lo Schalke 04. Perché sostengo che in questo momento Ancelotti è il tecnico
italiano in attività più di successo? La risposta viene dal suo percorso come
allenatore fatto di una crescita costante e dal sapersi adattare alle
situazioni come nessun altro.
Nel
1992 Ancelotti lascia il calcio giocato e passa come assistente di uno dei più
grandi tecnici italiani (di sicuro è stato il più rivoluzionario): Arrigo Sacchi. Carletto rimane alla corte del suo ex allenatore
quasi 3 anni, da lui apprende i 3 dogmi sacchiani fondamentali: il gioco a
zona, il pressing e il 4-4-2. Con questo
bagaglio non indifferente, assume l’incarico di allenatore della Reggiana
nell’estate del 1995. La reggiana è appena retrocessa dalla serie A, ha
l’ambizione di ritornare immediatamente nella massima serie, ma le cose per il
tecnico di Reggiolo non vanno troppo bene, troppi pareggi e troppe critiche,
nel girone di ritorno si inverte la rotta i risultati arrivano e la reggiana centra
la promozione in serie A. La stagione successiva vede il passaggio agli odiati
cugini d’oltrenza: il Parma. È la squadra giusta per Ancelotti perché sia lui
che il Parma sono molto ambiziosi.
Carletto ottiene un 2° e 5° posto, il primo costituisce il massimo
risultato raggiunto nella storia del parma in serie A, come direbbe Abatantuono,
scusate se è poco. Tuttavia Carletto inizia a rendersi conto che il suo
integralismo tattico e fedeltà al modulo, il 4-4-2, non sono due verità
intoccabili. Nell’estate del 1996 appena arrivato a Parma trova Gianfranco Zola,
fantasista nonché il giocatore più rappresentativo dei ducali. Il problema è
che Zola non è né un centrocampista adatto nel 4-4-2 di matrice sacchiana, né
la giusta seconda punta che Carletto vorrebbe, così prova a dirottarlo sulla
fascia, esperimento che Zola non gradisce e che non da i risultati sperati. La
questione si chiude nel novembre dello stesso anno, Zola prende il volo per la
Premier League, destinazione Chelsea. Altro caso eclatante in cui Ancelotti ha
ammesso la colpa, è il seguente: estate 1997 Roberto Baggio è in rotta con il Milan,
vuole giocare con continuità perché ha la promessa del c.t. della nazionale
Cesare Maldini, che se giocherà con costanza, lo terrà in considerazione per il
mondiale di Francia 98. Il Parma si fa sotto con Galliani, l’affare sembra
fatto ma Ancelotti ferma tutto. Baggio non si sposa con il suo modulo e poi in
attacco il Parma è già al completo. La sua avventura in terra emiliana si
chiude con buoni risultati e bei ricordi per i tifosi ducali.
Carletto
si sente pronto per arrivare in una squadra pluriscudettata: la Juventus. Il
momento non è facile la squadra ha appena esonerato Lippi, viaggia attorno al
settimo posto in campionato, che vuol dire non accedere direttamente all’Europa.
Ancelotti capisce che è arrivato il momento di accantonare il 4-4-2. Perché se
fino ad ora ha sempre fatto così bene con quel modulo? La risposta è semplice e
consta di un nome e un cognome: Zinedine Zidane. Hai due ottimi attaccanti
ovvero Inzaghi e Del Piero, ma se hai zizou dietro le punte è tutta un'altra
storia. Infatti Carletto riesce a rimettere sui binari giusti la disastrata
stagione 1998/1999 della Juve, arriva settimo in campionato, ma in Champions arriva
in semifinale battuto dal Manchester Utd di Ferguson che andrà poi a vincere il
trofeo.
La stagione successiva è quella
giusta, parte molto presto perché l’unico accesso per l’Europa è la coppa
Intertoto che Carletto puntualmente vince e che gli permette di arrivare a
giocare la Coppa Uefa. In serie A conduce la Juve al vertice per tutta la
stagione, fino a perdere lo scudetto all’ultima giornata, sotto il diluvio a
Perugia a favore della Lazio. La seconda stagione è un remake della prima con
la differenza che la Juve non riesce mai a scalzare la Roma dalla prima
posizione nonostante il calo nel finale di stagione. Nell’estate del 2001 ad Ancelotti
non viene rinnovato il contratto, sempre contestato da una parte dei tifosi
juventini, per via del suo passato nella Roma e nel Milan come calciatore,
viene sostituito da Lippi. Eppure Carletto ha capito un insegnamento
fondamentale dai due anni e mezzo in bianconero, se hai dei campioni deve
essere il modulo ad adattarsi a loro e non viceversa.
Rimane
disoccupato solo pochi mesi perché arriva la chiamata del Milan che ha
esonerato Terim. Uno scippo visto che Ancelotti si stava per accordare per un
ritorno a Parma ma Recheliue-Galliani (come lo definì Buffa vista l’abilità
diplomatica) lo strappò all’ultimo ai gialloblu. Carletto a poco a poco inizia
a costruire il suo Milan, uno tra i più vincenti nella storia dei rossoneri. Il
capolavoro arriva già la prima stagione riuscendo a guadagnare i preliminari di
Champions, il resto è leggenda due Champions e uno scudetto oltre che una
finale persa, svariati terzi posti e secondi posti. L’evoluzione tattica di Carletto
non si ferma, al Milan ha a disposizione tre potenziali trequartisti: Rui
Costa, Seedorf e Pirlo. Seedorf è dirottato come interno di centrocampo vista
la grande forza fisica, Rui Costa gioca nel suo ruolo classico di trequarstista
a supporto di Sheva e Inzaghi. Pirlo? I cugini interisti non trovando soluzioni
idonee per Pirlo lo mandarono in prestito prima alla Reggina poi al Brescia,
proprio a Brescia Carlo Mazzone si trova di fronte a un problema tattico di non
poco conto, come trequartista meglio Baggio per esperienza e senso del gol, ma
uno come pirlo lo si deve fare giocare per forza, ecco allora che viene messo
come regista davanti alla difesa. Carletto Ancelotti allora ripesca questa
soluzione 4-3-1-2 o 4-3-2-1 a centrocampo s’inventa il rombo: Pirlo vertice
basso con un ruolo da palymaker tipo basket, Gattuso e Seedorf interni e Rui Costa
vertice alto. La soluzione è perfetta Carletto sforna quella che sarà
l’identità tattica del Milan per 9 stagioni.
Finita
l’esperienza Milan, arriva Chelsea. Non è un cambiamento da poco. Carletto dopo
9 stagioni da apprezzato allenatore potrebbe importare integralmente il suo
modulo vincente e potrebbe farlo portando con se molti interpreti, ma capisce
al volo che Londra non è Milano. Il materiale umano del Chelsea è altrettanto
ottimo: Drogba, Lampard e Terry per citarne qualcuno. Capisce anche che la
fisicità e l’agonismo nel calcio inglese sono fondamentali per vincere e quindi
sforna un 4-3-1-2 che può variare facilmente in un 4-3-3 alternando il giusto
mix a centrocampo di qualità (Lampard) e quantità (Mikel ed Essien). La prima stagione
porta dritti al double Premier+ FA cup, per capirci solo Mourinho c’è riuscito
all’esordio in premier. A mio personale avviso la grande capacità di Carletto
fu di lavorare con ciò che ha avuto a disposizione, senza chiedere acquisti in
grande stile. Non stupisce che abbia rilanciato giocatori considerati “bolliti”
come Malouda e Kalou fondamentali per sfruttare la profondità e il contropiede.
La seconda stagione invece è avara di successi arriva un secondo posto e ciò è
sufficiente per il suscettibile Abramovich per scaricare Carletto.
Qui
arriva nel corso della sua carriere un altro colpo da maestro. Che il
campionato francese non sia particolarmente entusiasmante siamo tutti d’accordo,
che vincerlo con il PSG con Thiago Silva, Ibra, Lavezzi, Verratti, Menez,
&co, forse è una cosa facile (resta tutto da vedere…), ma non è certamente
alla portata di tutti metterli in campo e fare in modo che la squadra abbia il
giusto equilibrio per essere vincente. In una stagione e mezzo centra gli
obiettivi prefissati vince senza troppi problemi il campionato francese dopo 19
anni dall’ultimo vinto dal PSG e arriva ai quarti di finale di Champions dove
per poco non elimina il Barcellona. Quando hai una squadra di 13-14 titolari
non è facile farli convivere tutti assieme. Un conto è tenere in panchina Serginho
un altro è tenere in panchina Pastore, Menez o Lavezzi. Altro problema era la
sovrabbondanza di trequartisti e mezzepunte, anche in questo caso la soluzione
è presto fatta, si vira verso il 4-2-3-1.
Il
resto è storia dei giorni nostri, la scorsa estate il Real Madrid fa di tutto
per poter far sedere sulla propria panchina Carletto. La rosa dei nomi in lizza
per allenare il Real fa rabbrividire: Klopp, Heynckes (fresco vincitore della Champions).
Ancelotti arriva con il mercato già quasi fatto, l’obiettivo è Bale, Ozil e Higuain
sono in partenza, Isco è già arrivato. Il pubblico spagnolo esige spettacolo e
gol, benissimo, il 4-3-3 è il modulo che meglio si sposa con i giocatori a
disposizione, velocità e verticalizzare sono le parole d’ordine. Ovviamente
come ha sempre voluto in ogni sua squadra allenata e come il suo maestro Sacchi
gli ha insegnato, l’equilibrio è fondamentale, senza questo non si vince. Fermi
tutti. Dunque il segreto di Ancelotti è il cambiamento continuo? No, è il
sapersi adattare alle situazioni, agli uomini a disposizione, a quello che è la
filosofia di gioco del paese in cui si trova, far giocare il Real come il suo Chelsea
sarebbe il modo migliore per farsi fischiare dal Bernabeu intero e farsi
cacciare dopo qualche mese. Quello che si trova sempre come costante nella
carriera di Ancelotti è la capacità saper creare una squadra adatta a vincere
nel contesto calcistico in cui si trova senza mai rinunciare agli accorgimenti
tattici cardine di Carletto: equilibrio, difesa capace e un regista dai piedi
buoni nel mezzo del campo che può andare da Pirlo a Xabi Alonso, passando per Verratti.